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sabato 22 agosto 2015

Io non ho paura


Questa iscrizione si trova all’ingresso del cimitero di Sarno (Salerno):

Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi ed egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà.
Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese ed egli mi ha dato il dolore per apprezzarla meglio.
Gli domandai la ricchezza per possedere tutto e mi ha lasciato povero per non essere egoista.
Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me ed egli mi ha dato l’umiliazione perché io avessi bisogno di loro.
Domandai a Dio tutto per godere la vita e mi ha lasciato solo la vita perché io potessi essere contento di tutto.

Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo, ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno e quasi contro la mia volontà.
Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato mio Signore, perché fra tutti gli uomini nessuno possiede più di quello che ho io.

La preghiera è stata scritta da Kirk Kilgour (1947-2002) e da lui recitata in piazza San Pietro a Roma davanti a papa Giovanni Paolo II. Kirk Kilgour è un atleta americano campione di pallavolo, giocatore di serie A in Italia, che nel 1976 a causa di un incidente in allenamento resta paralizzato ai quattro arti in maniera irreversibile. Tra le varie attività a cui si dedicherà nella sua nuova vita spicca quella di “motivatore”, insegnava cioè sia ad altri tetraplegici che ai cosiddetti normali come affrontare l’esistenza! Lui... che non poteva più muovere né braccia né gambe.

Potrei commentare questa vita eccezionale, invece vado avanti e raddoppio con un’altra vita eccezionale. Io non ho paura è il titolo del libro che racconta la storia di Francesca Pedrazzini, 38 anni, insegnante di diritto, tre figli di 10, 7 e 3 anni. A loro e al marito dirà, prima di morire di cancro (nodulo al seno e poi metastasi a fegato e ossa): “Il tempo è prezioso. Io non ho paura. Sono contenta”.

Quando Francesca ha capito di essere alla fine ha detto al marito di non preoccuparsi “perché io sono in pace, sono certa di Gesù e curiosa di vedere quello che mi aspetta”. Ha baciato i suoi bambini accarezzandoli: “Vado in un posto bellissimo, da Gesù. E quando sarò lì, dovete fare una festa”.

Senza paura, contenta, curiosa... certa!
Cosa ha permesso a Francesca Pedrazzini di morire così? Se si può trattare la morte –  che è la paura alla base di tutte le paure – in questo modo, allora si può affrontare qualsiasi circostanza della vita con lo stesso coraggio eroico.

Il punto è che ho sentito dire fin troppe volte: “Io non ho paura di morire, ma ho paura di perdere i miei cari... ho paura di diventare povero e non poter mantenere la mia famiglia... ho paura di restare su una sedia a rotelle... (che è poi ciò che è successo a Kirk Kilgour)”. Ogni piccola paura è però la paura che muoia una parte di noi, della nostra identità. La paura è sempre paura di morire, ma non concerne l’estinzione del nostro corpo fisico, bensì i nostri attaccamenti mentre siamo ancora in vita: i parenti, la salute fisica, l’abbandono del partner.


Una delle prerogative delle antiche scuole esoteriche consisteva nell’insegnare a morire. Non si trattava di sterili “meditazioni sulla morte” in stile new age, ma di far emergere volutamente aspetti del proprio carattere nel corso della vita di comunità, per poi far morire – o “passare a miglior vita”, ossia trasmutare – quegli stessi aspetti, causa di sofferenza e malessere.

Per mezzo dell’autosservazione quotidiana e della Presenza applicata in maniera costante ai momenti in cui emergono le emozioni negative, a un certo punto diviene possibile individuare quella che possiamo definire come “caratteristica principale” o “debolezza principale” o “reazione cronica” della personalità, ossia il modo consueto utilizzato dalla personalità per difendersi dallo stato di veglia. Questo meccanismo reattivo si manifesta nel comportamento, nelle posture abituali (quando mangiamo, quando parliamo, ...), nelle espressioni facciali, nei modi in cui ci innamoriamo, nelle fattezze fisiche di coloro di cui ci innamoriamo, ecc.

Se chiedessimo all’uomo medio che si aggira compiaciuto tra la folla dell’Ikea qual è lo scopo della sua esistenza, qualunque risposta egli dia (viaggiare, mettere su famiglia, fare sesso con tanti partner, cantare a x-factor, ecc.) la risposta autentica che è sottesa a tutte le altre è una sola: “L’intero scopo della mia esistenza è trovare modi sempre nuovi per mantenere lo stato di addormentamento della mia macchina biologica”.

Un individuo può dirsi “sul sentiero” non quando muta questo suo agghiacciante scopo – il che avviene, in maniera reale e non solo intellettuale, molto più avanti – ma quando questo suo scopo mirante al sonno diviene consapevole. Allora, in un contesto di lavoro su di sé, ogni volta che emerge la sua “reazione cronica” (rabbia, nel 90% dei casi, oppure una qualunque paura legata a qualche trauma dell’infanzia) egli potrà dirsi: “Ci siamo! Se è entrata in gioco la mia reazione cronica significa che sono prossimo allo stato di veglia. Non devo disperdere energia, ma restare in uno stato di massima Presenza, se voglio scorgere il portale quando mi si presenta... e attraversarlo”.

Per cui, la prossima volta che vi troverete faccia a faccia con la vostra emozione negativa ricorrente, ripensate a questo articolo e ditevi: “Io non ho paura!”.

Salvatore Brizzi
(occupazione: domatore di fiumi)


Vi ricordo che i due articoli dove meglio spiego nei dettagli la pratica del lavoro su di sé restano:
e



   
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venerdì 10 luglio 2015

Sessualità e legami sottili


In questi giorni ho pubblicato un paio di post con dei video del geniale comico Bill Hicks sul gruppo CRISOPEA – RISVEGLIO di facebook. In uno di questi video il comico americano (morto nel 1994 a 33 anni) ironizza sul fatto che ad alcune donne non piace praticare il blowjob (stiamo parlando del classico pompino, ma detto in inglese è più elegante) al loro partner.

Premetto che quando pubblico un video di qualcuno, chiunque sia, ciò non significa automaticamente che io sia d’accordo con tutto quello che dice. Bill Hicks è un dissacratore e i suoi spettacoli producono (parlo al presente perché per me è sempre vivo) un effetto dirompente sul pubblico, ancora oggi, figuratevi cosa doveva essere negli anni ’90. La pubblicazione del suo video è orientata a provocare delle reazioni che mi sono utili a comprendere quali sono i meccanismi delle persone riguardo certi argomenti.

Per cui i commenti che si sono susseguiti alla pubblicazione del video mi danno occasione di approfondire la tematica della sessualità e del suo significato più profondo, al di là degli aspetti fisiologico e psicologico di cui già si parla a sufficienza.

Cominciamo con il rispondere alla domanda che viene posta anche da Bill Hicks: Perché a molte donne non piace fare certe cose in ambito sessuale? Oppure perché lo fanno con qualcuno e con qualcun altro no? Scartiamo immediatamente la spiegazione più banale che di solito viene spiattellata in queste occasioni: ci sono tare culturali dovute a duemila anni di condizionamenti religiosi. Ossia, non facciamo certe cose perché inconsciamente crediamo siano sbagliate, e crediamo siano sbagliate perché la chiesa ci ha detto che sono “peccato”.

Lo dico qui una volta per tutte: AVETE ROTTO I COGLIONI CON LA STORIA DEI CONDIZIONAMENTI DELLA CHIESA. Se oggi avete un condizionamento la colpa non è di nessuno, ma solo vostra e solo voi potete scioglierlo. Oramai anche la psicologia ufficiale si è resa conto che in passato si è dato troppo peso all’espressione “condizionamento sociale” e che ogni individuo si trova sempre solo di fronte a un problema che riguarda le sue energie emotive bloccate – a causa di esperienze infantili puramente personali – e che non c’entra con ciò che gli hanno insegnato la chiesa e la scuola, le quali tutt’al più  influenzano le abitudini e le usanze, ma non mi impediscono di fare un pompino a mio marito (!!!), altrimenti il condizionamento varrebbe per tutte le donne in egual misura, invece evidentemente non è così, perché il nostro non riuscire a fare qualcosa nella vita dipende dalle nostre esperienze emotive personali pregresse, quasi tutte legate alle figure del padre e della madre e, andando a ritroso, al nostro passato animico.

Riassumendo: il vostro condizionamento (che concerna il sesso o il denaro non fa differenza) deriva da esperienze infantili rimosse legate al rapporto coi genitori (che a voi proprio non va di rimettere a posto) e non a ciò che vi ha detto il prete in chiesa. Le vostre esperienze infantili derivano a loro volta dalla vostra storia animica e quindi sono legate alle qualità che siete venuti a sviluppare in questa vita.

Chiarito questo punto procediamo oltre. Ho dato per scontato che se una donna non vuole praticare una fellatio (anche il termine latino è abbastanza elegante) ciò è dovuto a un condizionamento. Ma non è vero. Nella società occidentale diamo per assodato che se una persona non vuole fare qualcosa di legato al sesso è perché è stata condizionata. Mi diceva un giorno un mio amico di Roma: “Ar giorno d’oggi semo arrivati ar punto che se nu’o pii ’nder culo non stai ar passo coi tempi. Sei antico.”

La fellatio implica la creazione di un’intimità molto particolare, che va anche oltre il rapporto sessuale completo. Nel rapporto sessuale si compenetrano i due organi genitali, ma nella fellatio avviene una compenetrazione fra la testa della donna e gli organi sessuali maschili. Il passaggio energetico è molto potente. Anche se nessuno lo insegna e tutti credono il contrario, una donna che accetta questa pratica si sta concedendo molto di più rispetto al normale rapporto. Una donna che invece non l’accetta ci sta dicendo che non si vuole concedere oltre un certo limite – che è quello fissato dal “regolare” rapporto – con tutti gli uomini in generale oppure con un uomo in particolare.

Se lo fa comunque, ma lo fa nell’inconsapevolezza, tecnicamente l’atto diviene “peccato”. Ecco che allora si può comprendere meglio il significato profondo di questo termine. Al di là del concedersi durante la pratica, il passaggio energetico vero e proprio avviene nel momento in cui l’uomo emette il suo seme, perché in questo modo proietta la sua energia nella testa della donna. Lo stadio ulteriore è rappresentato dall’ingestione del seme. In questo modo la donna decide di accogliere l’energia dell’uomo non solo su un piano più sottile (il che avviene già con l’emissione del seme) ma anche sul piano materiale. Mentre nel rapporto sessuale comune esiste un significato procreativo, la fellatio resta un atto puramente magico. Non è un caso che poche donne giungano fino all’ingestione del seme, in quanto, magari solo inconsciamente, percepiscono che stanno facendo qualcosa d’importante, da non praticare con leggerezza.

La fellatio nasce per questo scopo: il sacerdote, in un particolare stato di coscienza, attraverso la sua “bacchetta” canalizza lo Spirito Santo e lo trasferisce alla sacerdotessa (la “coppa”), la quale ingerisce parte del seme e distribuisce il restante a coloro che sono presenti al rituale, uomini e donne, attraverso la bocca. Lo so... sembrano pratiche da film porno, ma tutto ciò che in questi film è stato volgarizzato possiede in verità un’origine ben precisa. Il sacerdote durante l’emissione deve tenere una mano dietro la nuca della donna, in corrispondenza del centro sottile collegato alla ghiandola ipofisi. In questo modo chiude un circuito energetico.

L’obiettivo non è quindi procurarsi piacere. In questo senso la chiesa afferma che “il piacere è peccato”, poiché intenderlo in questo senso sminuisce il valore spirituale dell’atto. La donna ha il compito di provocare l’erezione e portare l’uomo fino all’emissione, il che rappresenta una pratica sacra, non un modo per darsi piacere. Più la pratica è prolungata più nell’uomo si accumula quella carica energetica che gli permette di “aprirsi verso l’Alto” e far discendere lo Spirito.

Quando l’atto viene compiuto nell’inconsapevolezza – ossia nella quasi totalità dei casi – non avviene niente di tutto questo. Ciò che accade è che si crea un legame astrale, del tutto inutile ai fini iniziatici, fra i due partner, che è più potente rispetto a quanto accade durante il rapporto completo. Tale legame si scioglie con il tempo, ma possono occorrere anni. Dipende anche da quante volte è stato ripetuto e quanta energia hanno impiegato i due partner. Se avviene con una prostituta o un’attrice pornografica è ben diverso che fra due amanti appassionati. In questo caso più la donna provoca una grande circolazione di energia nel suo partner, più si creano guai sul piano astrale. Quell’uomo infatti si sentirà sempre più legato a lei. Questa è una modalità tipica utilizzata, più o meno consciamente, dalle donne per tenere legato a sé un uomo.

La dinamica che si instaura fra gli amanti è proprio questa: rapporti passionali clandestini dove i due danno sfogo a tutte le loro risorse. Questo li lega già dalla prima volta sul piano astrale/sessuale, cosicché si stabilisce una vera e propria dipendenza: fra una “sessione” e quella successiva uno pensa all’altro pregustandosi il piacere che proverà. Inizia così a sentirne il bisogno. Dal momento che sono incontri occasionali entrambi danno il meglio di sé, per cui la moglie (o il marito) rimasti a casa non possono competere con queste performance e nel confronto rimangono sempre sminuiti.

“Con te mi sento realizzato sessualmente.” “Con te faccio cose che non farei mai con mia moglie.” Molte donne mi hanno riportato queste frasi dette dai loro amanti nei momenti d’intimità, per cui dopo un po’ ho dedotto che si tratta d’una prassi. Mossi dalla loro energia sessuale/astrale gli uomini sono in grado di affermare qualunque cosa, non perché mentano, ma perché in quei momenti l’energia astrale offusca i sentimenti reali. Ma la donna che è coinvolta non se ne rende conto e crede che sia solo il suo amante a dire queste cose, ad aver perso la testa per lei, e si sente molto gratificata. Anche perché l’energia astrale sta appannando anche le sue percezioni e durante quegli incontri l’amante sembra in effetti “l’amante perfetto”. Una signora anni fa mi disse: “Lui mi dice che mi ama più di sua moglie. Che con me si sente appagato sotto ogni punto di vista. Che sono la sua donna ideale... ma non capisco perché sono anni che questa cosa va avanti e lui non trova mai il coraggio di lasciare una donna che non ama!”

Lei se ne stupiva, ma per me era l’ennesima volta che assistevo a questa dinamica. Lui non lascerà mai sua moglie. È provato persino statisticamente. Per quanto siate brave a fare pompini che lo legano astralmente... lui a conti fatti ama sua moglie più di voi. E questa è davvero dura da mandare giù per il vostro ego, soprattutto se voi siete single. Se invece siete a vostra volta in coppia, allora avete instaurato la medesima dinamica col vostro partner: anche voi vi sentite appagate di più con il vostro amante, ma non lascerete mai il vostro compagno. In questo caso la situazione conviene a tutt’e due e può perdurare anche per anni. Almeno finché non vi risvegliate interiormente e questo gioco dapprima vi risulta evidente e poi sempre più insopportabile.

A questo punto possono però restare dei legami più o meno forti ancora attivi sul piano astrale. Più si diventa consapevoli più si affievoliscono, ma nel caso vi accorgeste che invece è ancora presente qualche nodo in riferimento a qualcuno, può essere utile operare con un piccolo rituale:

Procuratevi un foglio che riporta la Grande Invocazione e cinque candele (meglio se quattro d’un colore e la quinta d’un colore diverso, per esempio argento e oro). In una stanza semibuia preparate un altarino dove stendete un tappetino rosso. Disponete quattro candele a cerchio e una al centro. Rilassatevi e concentratevi. Scegliete voi se stare seduti o in piedi. Fatevi un segno della croce come apertura del rituale. Accendete le candele una alla volta, in senso orario, mentre recitate una parte della preghiera. L’ultima riga la recitate accendendo quella al centro. Meditate in silenzio cercando di entrare più in profondità che potete, giusto per pochi minuti. Poi pronunciate le frasi: Maestri, con il Vostro aiuto io spezzo ogni legame fisico con i miei uomini del passato. Maestri, con il Vostro aiuto io spezzo ogni legame astrale con i miei uomini del passato. Maestri, con il Vostro aiuto io spezzo ogni legame mentale con i miei uomini del passato.
Meditate ancora per qualche minuto, poi recitate un Padre Nostro (preghiera data direttamente da Gesù nel Vangelo). Spegnete le candele sempre in senso orario tenendo per ultima quella al centro. Vi fate un segno della croce come chiusura del rituale. Il rituale va ripetuto per sette giorni consecutivi.

Lo scopo del rituale è spezzare i legami di personalità, ma questo non toglie che con queste persone possa rimanere un legame sottile di tipo animico, non più condizionato e ripulito di ogni pesantezza.
La dicitura “con i miei uomini del passato” può essere sostituita da uno o più nomi specifici. Questo medesimo rituale può essere utilizzato anche da un uomo che vuole ottenere lo stesso risultato nei confronti di una o più donne.
Lo stesso rituale può anche essere usato per altri scopi, ad esempio per benedire un progetto. La frase inizia sempre allo stesso modo: “Maestri, con il Vostro aiuto...” oppure “Maestri, vi chiedo di benedire...”.
Non utilizzatelo per influenzare altri o per tentare di guarire qualcuno.

Salvatore Brizzi
(occupazione: domatore di fiumi)


 
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domenica 21 giugno 2015

Riconoscere la prossimità allo stato di veglia


… … … continua dal post precedente.

Una delle difficoltà più importanti che mi trovo a fronteggiare quando cerco di spiegare ad altri quello che in passato è successo a me, riguarda l'insegnare a riconoscere la prossimità allo stato di veglia. Le persone infatti si avvicinano sovente – più sovente di quanto crediamo – allo stato di veglia, ma non lo riconoscono e lo rifuggono in quanto troppo doloroso.

Un autentico ingresso nello stato di veglia, infatti, provoca un dolore che solitamente parte dal plesso solare e si diffonde sia fisicamente che emotivamente lungo l'intera macchina biologica. Dal momento che culturalmente associamo alle esperienze spirituali solo sensazioni di beatitudine ed estasi, tentiamo di scacciare proprio quelle esperienze spirituali “di picco” – elevate dosi di sofferenza emotiva o fisica – che ci aprirebbero le porte del risveglio.

Tali esperienze sono lì con lo scopo di svegliarci, ma noi non siamo sufficientemente coraggiosi da “cavalcare la tigre” o “spalancare la bocca del leone” (come fa la donna dell'arcano numero 11, La Forza).

Correva l'anno 1993. Era da poco uscito al cinema Bagliori nel buio, e questo è già un fatto degno di nota. Quel giorno mi trovavo in uno stato di rabbia a causa di qualcosa che era accaduto poche ore prima. Nel corso d'un servizio notturno durante il periodo della mia vita che ho trascorso nel reparto dei carabinieri paracadutisti del Tuscania si era verificato un fatto increscioso: un mio collega aveva accusato me d'un errore di fronte ai superiori e io non potevo dimostrare di aver ragione. Inoltre sapevo che il collega era pure in buona fede, ossia che non si era realmente accorto di essere stato lui a sbagliare e non io, perché dal suo punto di vista lui aveva semplicemente seguito le procedure corrette d'ingaggio. Insomma, tutti avevano fatto le cose bene, ma nonostante questo alla fine c'era stato un incidente e qualcuno si era fatto male nel corso d'un conflitto a fuoco (eravamo di servizio in Sicilia nell'ambito dell'operazione denominata Vespri Siciliani).

Stavo ribollendo di rabbia. Una rabbia che aumentava per il fatto che tutta la situazione sapeva di assurdo e che in realtà non avevo nessuno con cui prendermela veramente per ciò che mi stava accadendo. Era un rabbia simile a quando ci accade qualcosa a cui non possiamo più rimediare. Oramai è successo e possiamo solo starci male, perché anche se ce la prendiamo con qualcuno... non cambia nulla. Come quando ti muore un parente durante un intervento e cerchi di far tacere il tuo dolore incolpando il chiururgo.

La cosa che mi bruciava di più era che io, pur essendomi comportato bene, avevo fatto la figura dello stupido.
Non potendo lasciare quel luogo dove ero circondato da colleghi, feci una cosa che poi avrei fatto ancora molte volte nella mia vita: mi isolai rinchiudendomi nel bagno.
E qui accadde per la prima volta.
La mia macchina biologica entrò in uno stato di veglia.

All'epoca non sapevo nulla di “lavoro su di sé”, per cui a un certo punto, mentre ero seduto sulla tazza del cesso a bestemmiare, in maniera del tutto spontanea smisi di pensare agli “attori” del teatrino che stavo vivendo, smisi soprattutto di pensare a come avrei voluto sfogare su di loro la mia rabbia, e la mia attenzione si posò sul mio plesso solare particolarmente infuocato.

Tutto accadde da sé. Si verificò un istante di silenzio assoluto. E poi fu come scivolare nella tana del Bianconiglio. Ebbi la sensazione che alcune aree della mia testa prendessero fuoco, come se un liquido caldo si muovesse attraverso canali che prima non ne erano mai stati irrorati. Un formicolio prese origine da dietro la nuca e si diffuse in tutto il mio corpo fino a raggiungere la punta delle dita.

L'angusto gabinetto in cui mi trovavo rimase lo stesso... ma non era più lo stesso. Chiunque tenti di descrivere questo genere di mutamento della percezione di solito fallisce miseramente. Forse il modo più corretto per affrontare la questione è affermare che finalmente vedevo quel gabinetto per quello che era, come se mi fosse caduto un velo. Il lavandino, lo specchio, l'asciugamani... era tutto più “vivo” rispetto a prima e io stesso mi sentivo più “vivo” rispetto a prima.

La mia mente taceva e io non ero più arrabbiato. Il fuoco che fino a poco prima aggrediva il mio plesso solare tanto da causarmi nausea, si era sciolto e distribuito lungo i nervi di tutto il mio corpo.
Ero salito su un altro piano di energia. Vibravo a un'altra velocità.

Nonostante non capissi niente di quello che mi stava accadendo, mi rendevo conto di stare meglio di prima ed ero contento. In effetti il problema con il mio collega e il relativo incidente avevano perso ogni connotazione negativa. Questa consapevolezza, ossia il fatto che la sofferenza legata alla situazione non fosse oggettiva ma dipendesse unicamente dal mio stato di coscienza, mi rese gioioso. Sentivo che davanti a certe situazioni della vita non era obbligatorio soffrire!
Mi venne da piangere e lo feci.

La mia macchina biologica rimase sveglia per pochi minuti, poi tutto tornò come prima... o quasi; restai in uno stato leggermente alterato (come se avessi fumato) per il resto della giornata e parte della notte. Non ne parlai a nessuno e con il tempo – incredibilmente – dimenticai l'episodio e tornai alle mie rabbie quotidiane. Non avevo ancora un contesto intellettuale a cui ancorare ciò che mi era accaduto, per cui l'esperienza in breve tempo si volatilizzò. Sarebbe ritornata alla mia memoria molti anni dopo, quando avrei deciso d'intraprendere un percorso di crescita interiore.

Quanto più dolore proviamo tanto più siamo vicini a un'esperienza di risveglio dell'apparato psicofisico. La sofferenza della macchina biologica indica la prossimità allo stato di veglia. A questo punto una chiave importante è l'Attenzione: restare concentrati sul dolore e non disperdere l'energia. Si tratta di mettere in pratica un principio alchemico: cuocere a fuoco lento la materia. Se la macchina si surriscalda significa che non si trova più nella zona di comfort e tende a entrare nello stato di veglia. Se resistiamo alle alte temperature è probabile che riusciamo a svegliarla... almeno per un po'.

Il surriscaldamento della macchina, che noi percepiamo come sofferenza emotiva, non va vissuto in maniera negativa, ma come segnale certo d'un fenomeno eminentemente spirituale. A questo punto è importante non reagire con la fuga o con la vendetta nei riguardi delle persone che ci circondano, perché questo diminuisce il regime della fiamma e allontana dal Regno dei Cieli. Ma, ovviamente, non dobbiamo esagerare, perché ogni alchimista possiede un diverso livello di tolleranza al fuoco e il rischio è quello di “bruciare” l'apparato psicofisico rendendolo inservibile.

Per evitare di disperdere l'energia abbassando il regime della fiamma è indispensabile smettere di considerare gli eventi esterni come causa delle nostre sofferenze. Questo è il passo più difficile e allo stesso tempo fondamentale. La proiezione del nostro stato emotivo sulle persone intorno a noi costituisce infatti una trappola terribile. Arrabbiarsi con qualcuno che si trova all'esterno di noi equivale a far “sfiatare” una condotta per ridurne la pressione all'interno. E in effetti talvolta può risultare indispensabile ridurre la pressione all'interno della maccchina biologica per evitare che esploda.

Le nostre cariche emotive irrisolte creano letteralmente il nostro futuro... o meglio, l'illusione del futuro, perché in verità a un certo punto ci sarà evidente che lo scorrere stesso del tempo è solo un'illusione originata dalla ripetizione seriale di episodi tutti analoghi. La trasmutazione della carica emotiva sarebbe infatti di per sé un'operazione istantanea, slegata dal tempo e dal concetto di “percorso”. Ma se l'apparato psicofisico non è capace di reggere elevati livelli di fuoco in una sola volta, allora la vita “frantuma” il processo di trasmutazione in episodi differenti la cui successione dà origine alla sensazione del tempo che scorre in avanti.

[Dopo aver scritto i due post più importanti di questo blog, posso anche riposare per un paio di mesi.]

Salvatore Brizzi
(occupazione: domatore di fiumi)



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mercoledì 27 maggio 2015

Portare la macchina in stato di veglia


Questo è un articolo lungo e piuttosto denso, quasi un manuale, per cui vi consiglio di non leggerlo di fretta, ma prendervi qualche minuto per studiarlo attentamente.

L’essere umano è costituito di una macchina biologica – un apparato psicofisico – e un’anima, ossia il suo vero Sé. La macchina biologica si trova nell’uomo comune in uno stato di più o meno profondo addormentamento, il che le impedisce di venire utilizzata efficacemente dall’anima per i suoi scopi evolutivi.

L’anima di per sé non è né sveglia né addormentata, è semplicemente Presenza allo stato puro, ma non riesce a comunicare né a governare l’apparato psicofisico finché questo resta addormentato. L’anima si è, per così dire, identificata con la macchina biologica addormentata e ne subisce la volontà. La macchina è infatti dotata di una grande forza di volontà, tanto da permettersi di trascinare lo stesso Sé nei suoi loschi affari.

Le macchine biologiche terrestri, per esempio, provano un sinistro piacere nello scegliere e poi acquistare una grossa automobile nuova, nel guardare la partita di calcio con gli amici, nel ballare ritmi latino-americani e, soprattutto, nel viaggiare verso le principali mete turistiche. È infatti d’obbligo per un apparato psicofisico che si rispetti essere stato almeno una volta a Barcellona, Parigi, Londra, Miami, New York ed Egitto, pubblicare su facebook le immancabili foto, e parlarne poi a lungo, la sera, dopo una giornata lavorativa da servi del sistema, con gli amici che ci sono già stati oppure con quelli che desiderano andarci a breve (“perché non puoi perderti New York”).

Se osserviamo da vicino il comportamento d’un apparato psicofisico addormentato  potremmo inorridire nel sorprenderci a considerare davvero importante quale tipo di automobile guidiamo oppure quanto sbaveranno gli uomini se indossiamo quella gonna così corta. Che questo avvenga consciamente o inconsciamente... non fa alcuna differenza.

Nell’addormentamento consideriamo come “nostro carattere” o “nostro stile di vita” ogni genere di turba psichica della macchina, la quale può anche prodursi in grandi discorsi filosofici ma poi di norma possiede un senso morale che si trova una tacca sotto quello di un cacciatore di delfini peruviano, e che le consente di mettere in atto comportamenti come tenersi il resto in eccesso che la cassiera ci ha dato per errore oppure fare sesso con l’amante nel pomeriggio e poi andare a cena con la moglie e i figli.

Vista così, un’anima in balia d’una macchina biologica può risultare estremamente divertente, almeno quanto un bambino lasciato chiuso dentro un’automobile parcheggiata in cima a una discesa, cui si è appena rotto il freno a mano.

Ma esiste una via d’uscita per questa poco invidiabile situazione?
Sicuramente. Ma questa via non passa per una modificazione diretta dell’apparato psicofisico stesso, in quanto i tentativi portati in tal senso non forniscono risultati permanenti in termini di sviluppo dell’anima. In altre parole, gli sforzi messi in atto per interrompere certi comportamenti della macchina sono pericolosi per la macchina stessa e a lungo andare inutili.

Tutto ciò che possiamo fare è sforzarci di portare la macchina in stato di veglia, anziché tentare di modificare gli aspetti della macchina che non ci piacciono. Questo particolare stato di intensa Presenza, se applicato costantemente, guarisce in maniera naturale le distorsioni energetiche presenti nell’apparato psicofisico, senza per questo doversi soffermare sul significato mentale e storico della singola emozione negativa. Non si tratta di “modificare le credenze inconsce” (ammesso che qualcuno ci riesca davvero) né di andare a vedere in che modo il tono di voce della mia maestra elementare ha influenzato la mia sessualità di oggi. Si tratta di svegliare la macchina affinché l’anima possa servirsene.

Tutto ciò che percepiamo come “aspetti negativi della macchina” è sempre, in ultima analisi, il risultato dello stato di sonno dell’apparato psicofisico. Se interrompiamo lo stato di sonno, interromperemo anche, come effetto collaterale di tale interruzione, le manifestazioni negative dell’apparato psicofisico, senza aver necessariamente lavorato su ogni singola manifestazione.

Il sonno della macchina è la sorgente di energia di ogni nostra manifestazione negativa. Svegliare l’apparato psicofisico è molto più radicale che riprogrammare le reazioni inconsce dello stesso, sebbene, come spiegherò a breve, i tentativi di risveglio della macchina sono intimamente collegati con le nostre distorsioni inconsce. Il punto è che finora pochi in Italia sono riusciti a operare questo risveglio della macchina. Uno è morto di recente e gli altri si guardano bene dal far vedere la loro faccia in giro.

La dimensione animica in verità non è da un’altra parte, si trova sempre sotto gli occhi della macchina biologica, anche in questo istante, mentre leggete, ma non potete percepirla perché, per l’appunto, la macchina che utilizzate è addormentata.

Fortunatamente l’apparato psicofisico tende a portarsi in stato di veglia in maniera spontanea. Ma sfortunatamente tutte le volte che giunge vicino al risveglio noi mettiamo in atto ogni comportamento possibile per farlo ricadere nel sonno.

Quando, a causa di un evento esterno, la macchina innalza il suo livello vibratorio e si porta alle soglie del risveglio, noi la ricacciamo indietro. Un eccessivo innalzamento della frequenza vibratoria viene infatti percepito come un dolore più o meno intenso sul piano emotivo. Lo stato di veglia è scomodo, procura fastidio, fa male. E noi non siamo stati educati a percepire il nostro dolore emotivo come un tentativo della macchina di uscire dal sonno. La verità è che non siamo abbastanza coraggiosi dal sopportare l’intenso dolore causato dal risveglio di un apparato psicofisico che è abituato a stare nel sonno.

Ogni volta che – stimolato da un evento della vita – l’apparato psicofisico si avvicina al risveglio, noi avvertiamo questo innalzamento vibratorio come rabbia, frustrazione, paura o un’intensa gelosia. Questo sentire è solo un riflesso del fatto che quella frequenza vibratoria è troppo elevata per il nostro sistema nervoso; in altre parole, non siamo fisicamente pronti per il risveglio. Come conseguenza mettiamo in atto comportamenti che diminuiscono il dolore, ossia cerchiamo di far ridiscendere il livello vibratorio modificando con le parole o con i fatti l’evento esterno oppure rimuovendolo dal nostro ricordo nel più breve tempo possibile.

Non è vero infatti che “il tempo guarisce ogni ferita”, bensì che il tempo rimuove la ferita e la conserva nell’inconscio, ma questa prima o dopo creerà un’altra situazione con il fine di richiamare l’attenzione su di essa. Cambieranno i personaggi capaci di far riemergere le ferite inconsce, gli uomini che incontriamo non avranno più esattamente il volto di nostro padre e le donne non avranno il volto di nostra madre; potranno essere il capufficio, un amante o il partner, ma la loro energia richiamerà in qualche modo le figure parentali. Noi crederemo di essere attratti da quella persona quando invece rispondiamo a un’esigenza della macchina biologica ferita.

Ma tutto può essere cambiato.
Quando l’anima esercita la sua Presenza e la forza della sua Attenzione – a lungo e in maniera costante – può utilizzare la macchina per produrre emozioni superiori, ma per farlo deve approfittare proprio di quei momenti in cui la vita stessa la conduce a un passo dal risveglio per mezzo di situazioni dolorose.
Buon Lavoro.

... ... ... continua nel post successivo.

Salvatore Brizzi
(occupazione: domatore di fiumi)


 
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GUERRIERI METROPOLITANI
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