“Chi sono le Sentinelle Nere?” chiesi a Victoria Ignis.
Le Sentinelle Nere sono anche dette Sentinelle Cieche, in quanto non hanno occhi. Ciò consente loro di “vedere” e “sentire” su un altro piano. Se qualcuno te ne parla è perché hai già varcato l’orizzonte degli eventi, il punto di non ritorno nel tuo cammino di risalita.
“Fin qui giungerai e non oltre!” Con queste parole le Sentinelle si parano innanzi al temerario che vuole liberarsi dalle sue catene psichiche. Esse ascoltano la tua anima e soppesano il tuo Cuore, sentono il fetore delle tue paure e le mefitiche esalazioni dei tuoi rancori, il lugubre suono delle tue quotidiane lamentele. Come il felino che rintraccia la preda guidato dalle emissioni della sua paura, le Sentinelle Nere ti scoveranno ovunque. Il tuo vivere in perpetua attesa del prossimo problema o della prossima sciagura ti rende ai loro occhi un pasto molto ambito.
Immagina le loro voci come il suono rauco e stentato di un abisso, il lamento di esseri che non videro mai la luce e si nutrirono per milioni di anni delle sole angosce degli uomini.
“Eccone un altro che vuole fuggire!” Dicono voltandosi dalla tua parte e mostrando i loro visi neri e privi di orbite. Un sogghigno rende la loro espressione simile a una smorfia di dolore. Le labbra sottili quasi inesistenti.
Provano una rovente invidia verso chi osa rivoltarsi, un’invidia che non dà loro tregua.
“Eccone un altro che non mostra rispetto per la prigione che edificammo con dedizione al Tempo della Caduta.”
“È uno di quelli che può farcela? In lui il Vril scorre copioso?” si chiedono. E annusano la tua aura in cerca di un indizio.
Se la risposta è no, si voltano lentamente e tornano a loro eterno scrutarsi dentro. Ma se la risposta è affermativa, se sentono che nella tua carne arde il Fuoco, sanno che da quel momento ha inizio una partita fra le più potenti creature del Cosmo.

“Gli Oscuri reclamano la sua anima, lo vogliono dalla loro parte. Si sono accorti che il suo Cuore è una pira e non una candela. Trasuda Vril che essi vogliono incanalare nella loro buia causa.”
Le Sentinelle Nere sanno che ogni Cuore impavido, dal momento in cui esce allo scoperto, viene conteso fra i Cavalieri della Luce e le schiere degli Oscuri, coloro che sopravvivono solo se possono asservire le anime di un pianeta. Gli Oscuri viaggiano da un capo all’altro dell’Universo in cerca di popoli a cui spremere sangue. Ma hanno bisogno di alleati autoctoni per condurre a buon fine la loro opera. Scovano e arruolano giovani portatori del Vril.
“Ma quindi chi dovrei temere, le Sentinelle o gli Oscuri?” domandai a Victoria Ignis, sempre più confuso.
Le Sentinelle Nere sono le creature che edificarono la Matrice illusoria dentro cui tutti i terrestri vivono. Pertanto, mentre da una parte sono la causa della prigionia degli esseri umani, dall’altra sono gli artefici della loro liberazione. Vegliano affinché nessuno fugga, ma non hanno secondi fini se non quello di eseguire gli ordini di “Colui che può ciò che vuole”. Ti forgiano mettendoti alla prova istante dopo istante, affinché solo i diamanti più puri possano emergere dalla feccia addormentata.
Nel momento in cui dichiari a te stesso di volerti liberare possono renderti la vita un inferno: farti ammalare, uccidere i tuoi figli, allontanare il tuo partner, ridurti in povertà... Ma quando qualcuno sconfigge le illusioni di Cronos ed evade, in un piccolo anfratto del loro tenebroso Cuore... versano una lacrima di gioia.
Gli Oscuri sono un’interferenza. Sono adulatori, dispensatori di favori, il loro scopo è il potere e cercano alleati. Vengono da te travestiti da angeli e ti promettono una vita semplice e priva di sofferenze. Il loro atteggiamento è soave, la loro voce è come l’incanto delle sirene. Tu resta legato all’albero della nave. Fa capire loro che preferisci morire nella stretta terribile delle Sentinelle Nere piuttosto che fra le comode braccia della sconfitta.

“Alle volte credo di riuscire a percepire anch’io il Vril, ma per il resto dei miei giorni sono stanco, mi sento sconfitto, fuori posto, privo di uno scopo. Come posso fare per sentire questo Fuoco Sacro che percepisco abbondante dentro di te? Sembra che tu lo vivi fisicamente.”
Lo Spirito discende in chi lo invita attraverso l’azione. Limitandoti a studiare sui libri non offri una dimora degna per il Vril.
Ti racconterò una storia.
Alcuni anni fa ho lavorato per una unità molto particolare dei Servizi Segreti. Non ti dirò di quale nazione. Io ho viaggiato molto. La nostra unità si occupava di effettuare raid militari in territori di altre nazioni per gli scopi più diversi, nessuna di queste missioni è mai stata ufficiale. La cosa curiosa è che talvolta lavoravamo in collaborazione con un gruppo di “spie psichiche”, uomini e donne arruolati nell’esercito e addestrati come “percettori a distanza”: pur restando seduti in una stanza potevano “viaggiare” a migliaia di chilometri di distanza per spiare cosa stava accadendo a una persona o a un luogo. I più bravi fra essi potevano introdursi in un ufficio e letteralmente “leggere” dei documenti segreti chiusi in un cassetto. Ma il dispendio energetico lasciava il percettore spossato o addirittura malato, inoltre spesso non si avevano sicurezze sull’autenticità della “lettura”. Molte nazioni posseggono gruppi addestrati per queste funzioni.
Alcuni nostri agenti che lavoravano in territorio sudamericano, mentre si occupavano di tutt’altro, erano venuti a conoscenza della sparizione di alcuni bambini. Correva voce dell’esistenza di un certo gruppo paramilitare che agiva in una determinata zona compiendo scorrerie, uccidendo, prelevando civili, anche bambini, che poi non facevano più ritorno ai loro villaggi.
La voce arriva negli altri gradi della nostra sezione e un generale si prende la briga di vederci più chiaro. Dal momento che le notizie risultano imprecise e frammentate, in via non ufficiale vengono messe in azione le “spie psichiche”. Queste possono lavorare anche senza l’ausilio di coordinate specifiche, anzi, meno vengono “contaminate” da informazioni aggiuntive, meglio è per la buona riuscita della percezione.
Dopo un paio di giorni alla mia unità arriva il resoconto della percezione a distanza:
Gruppo paramilitare bene armato, trenta elementi circa, insediato nella jungla. Una decina di bambini di età variabile tenuti come schiavi, nudi, malati. Usati come oggetti sessuali. Alcuni usati come cavie per addestrare i militanti del gruppo a uccidere con i coltelli. I bambini costretti a ferirsi e uccidersi anche fra di loro.
Sapevamo più o meno tutti che queste cose accadono nel mondo, anche in Paesi decisamente più civilizzati, ma fino a quel momento lo sapevamo solo per sentito dire. Davanti a quel resoconto lapidario rimanemmo tutti sconvolti.
Non poteva essere fatto nulla di ufficiale; al nostro Governo non interessava certo incrinare i rapporti internazionali per salvare la vita a bambini indigeni di cui nessuno conosceva o avrebbe mai conosciuto l’esistenza. Ma pochi giorni dopo giunge un ordine proveniente dal generale a capo della nostra sezione: intervenire per dare una dimostrazione di forza ai narcotrafficanti che solitamente coprono le attività di quei gruppi paramilitari. Ultimamente i narcos erano diventati molto più arroganti nel trattare gli affari con i Servizi Segreti del nostro Governo, per cui quella poteva essere l’occasione per mostrare loro di cosa eravamo capaci e allo stesso tempo compiere un’azione da “buoni samaritani”.
Tutta l’operazione doveva essere portata a termine in sole tre ore, compreso l’avvicinamento e l’allontanamento dall’obiettivo.
Ciò significava che avremmo dovuto muoverci di corsa per tre ore: dal momento in cui scendevamo dall’elicottero fino al momento di risalire. Potevamo farlo? Io ero a capo dell’unità e dichiarai che era possibile farlo, ma a patto che con me venissero solo gli uomini che avevo addestrato io personalmente nell’ultimo anno di attività.
“Tu eri a capo di un’unità di questo genere? Ma sei una donna!” mi lasciai sfuggire.
Victoria Ignis mi gelò con lo sguardo. Sapevo che non stava rimproverando il mio sessismo, lei era ben oltre ogni banale concetto di superiorità/inferiorità. Stava rimproverando la meccanicità istintiva con cui tale pensiero era uscito da me. La mia assenza di controllo sulla mente inferiore, il mio pensare ancora da schiavo.
Come può esserci qualcosa che non posso? Dove c’è una volontà c’è una strada.
Il mondo è dentro di me, non io dentro il mondo. Fuori di te non esiste nemico, sei sempre solo tu che minacci te stesso. La tua incertezza apre una via alla pallottola che ti colpirà. Il seme della morte lo porti dentro, ti tiene lontano dal turbamento che ti sarebbe causato dalla percezione dell’Infinito... a cui ancora non sei pronto.
Avevo bisogno di un padre e una madre e li ho generati.
Ma io sono la bambina scambiata nella culla: il mio vero Padre è il Vril, la mia vera madre è Afrodite.
Io sono la creatura riuscita male... che si è rivoltata contro la Creazione.
Io sono l’imprevisto che non stavate attendendo.
Poche ore più tardi, otto uomini e due donne scendono di corsa da un elicottero e si proiettano nella boscaglia. Sono le 03:30 del mattino.
Un’ora di corsa fino al luogo dell’obiettivo.
“Non è possibile correre per tre ore consecutive e restare abbastanza lucidi per combattere corpo a corpo e sparare. Tre ore è la durata di una maratona!”
Sei ancora nel limite. Il tuo Fuoco è sepolto.
L’addestramento dei Senza Sonno è concepito per riportare in superficie ciò che è nascosto, non aggiunge nulla a ciò che già sei.
Mentre correvamo la nostra spina dorsale era una torcia, una colonna di Fuoco. Era come avere una sbarra d’acciaio incandescente al posto della colonna vertebrale. L’estremo superiore si conficcava alla basa della nuca e produceva una sensazione di fastidio che poteva diventare anche molto intensa.
Tutto è possibile quando sei pervaso dal »furor bellicus«. È uno stato di coscienza non ordinario... superiore.
04:30 del mattino. A un centinaio di metri dall’obiettivo cominciano ad arrivare le intuizioni: quante persone sono presenti nell’insediamento, come è armata ciascuna di esse, in quale posizione si trova rispetto alla pianta dell’accampamento, quale è la capanna dei bambini, quale quella delle munizioni, e così via. Le intuizioni giungevano contemporaneamente a tutti, come fossimo una mente sola, come scaricare dei files dalla stessa fonte. Prima di arrivare sull’obiettivo ognuno di noi sapeva già su quali uomini si sarebbe avventato e dove questi erano collocati.
A cinquanta metri ci allarghiamo a raggiera e accerchiamo l’accampamento. Troviamo e immobilizziamo tre sentinelle. Quindi riprendiamo a correre e percorriamo gli ultimi metri. Il passaggio del Vril è oramai alla massima intensità, abbiamo tutti la visione astrale e comunichiamo telepaticamente, ci muoviamo come cellule di un unico organismo perfetto.
Apro una parentesi. Come lavorava la mia unità? In casi come questo non potevamo uccidere, in quanto l’anima dell’individuo si sarebbe spostata in astrale e qui avrebbe arrecato maggiori danni rispetto a quando stava confinata in un corpo. Uccidere un uomo in realtà lo libera dalle catene del corpo fisico, e se è un uomo malvagio andrà a influenzare dal piano astrale decine se non centinaia di altri uomini, in modo da continuare a nutrirsi di emozioni pesanti anche su quel piano.
Paradossalmente, un comune avversario – un uomo che non si distingueva per crudeltà o perversione – potevamo ucciderlo, ma elementi di questo genere dovevamo renderli innocui facendoli catturare dalle forze di polizia, tuttavia “trattenerli nella materia”.
04:45 del mattino. Dieci ombre silenziose, distribuite a 360 gradi, convergono verso il centro dell’accampamento debolmente illuminato da un falò. Il silenzio e la velocità sono tutto.
Due cose non possono più essere fermate: una freccia scagliata verso il bersaglio, un Senza Sonno che si avventa sulla sua preda.
Non un grido, non un gemito, non uno sparo. Potresti essere a 20 metri dal campo e non accorgerti di ciò che sta accadendo. Ognuno di noi è dotato di una Taser (pistola elettrica) di ultima generazione, nastro adesivo... e un machete. La preda viene sorpresa alle spalle e stordita con una scarica elettrica, poi imbavagliata con del nastro adesivo, il tutto in 4-5 secondi al massimo, tre prede a testa.
Le operazioni del genere sono le più pericolose, perché loro sono liberi di fare ciò che vogliono, possono sparare o lanciare granate, mentre noi abbiamo le mani legate. O compiamo un capolavoro o ci rimettiamo la pelle.
È una scena surreale. Nessuno di loro ha il tempo di capire cosa sta succedendo. Nessuno di loro fa in tempo a premere il grilletto o dare l’allarme.
“E poi? Una volta immobilizzati avvisate la polizia o l’esercito regolare che vengono a prenderseli?”
No. Non in questo caso. A parte il fatto che sarebbero di nuovo liberi in poco tempo, gli ordini erano comunque diversi. Dovevamo mandare un messaggio ai narcos. Quel gruppo paramilitare era protetto da loro, anche perché alcuni di quegli uomini erano imparentati con un noto narcotrafficante che stava dettando delle condizioni insostenibili per i nostri Servizi Segreti riguardo il commercio di droga in occidente. Dovevamo far loro capire con chi avevano a che fare.
L’ordine era di “fare un lavoro fatto bene”.

04:55 del mattino. Armati di machete amputiamo entrambe le mani a ogni uomo!
È la fase più lunga dell’operazione. Mentre stiamo ancora finendo alcuni di loro cominciano a svegliarsi. Vedono cosa gli è stato fatto, cosa stiamo facendo agli altri, non possono gridare, non possono strappare via il nastro adesivo perché hanno solo dei moncherini sanguinanti al posto delle mani. Si odono solo dei mugolii soffocati.
Quando tutti si svegliano, un insopportabile lugubre lamento – quasi fosse un mantra tibetano sinistramente colorato – s’impossessa dell’intero campo. Alcuni si contorcono sul terreno, altri si alzano in piedi e ci vengono incontro mostrando gli arti amputati. Gli occhi sgranati, terrorizzati, increduli. Una scena da girone infernale.
Abbandoniamo le armi a terra e restiamo un istante in piedi al centro del campo, illuminati dal fuoco. Dieci figure inguainate di nero dalla punta dei piedi alla cima della testa. Mi chiedo che impressione stiamo loro facendo. Dieci demoni ninja sbucati da chissà quale abisso avevano appena eseguito la loro pena... come in un incubo da cui non si sarebbero mai svegliati.
Ma dobbiamo fare ancora una cosa: gettare le mani amputate sul fuoco, affinché non possano essere riattaccate con un intervento chirurgico. Alcuni di loro, terrorizzati, cercano di impedircelo. Prendono a calci il fuoco. Li dobbiamo allontanare e stordire nuovamente con le pistole elettriche.
05:15 del mattino. Ci allontaniamo dal campo di corsa. Sulla nostra sinistra lasciamo la capanna dei bambini. Non si ode nulla. Stanno dormendo. I mezzi dell’esercito e le ambulanze sarebbero arrivati da lì a poco, secondo gli accordi presi con il nostro comando.
Victoria Ignis si ferma un istante a osservare la mia espressione scioccata, poi riprende:
Ho vissuto fasi differenti dopo quell’episodio. La prima, molto breve, fu di esaltazione per la riuscita perfetta dell’operazione. La seconda, molto lunga, fu un periodo di riflessione profonda riguardo il significato di ciò che avevamo fatto. Avevamo coperto il sangue con dell’altro sangue. Fino a che punto il fatto di eseguire ordini scagionava la nostra coscienza? Poi ci fu la terza fase: la visione dell’Ordine.
A un certo punto comprendi con la parte più profonda di te che ci sono alcune “cose” che vanno fatte nella materia. Comprendi che qualcuno le deve fare. E comprendi che quel qualcuno puoi essere solo tu.
Qualcuno deve telefonare la notte a casa dei genitori per annunciare loro che il figlio è appena morto in un incidente. Qualcuno deve inventare la ghigliottina e qualcuno deve fare il boia. Qualcuno deve sganciare una bomba sopra le case di una città… e qualcuno deve stare sotto ad aspettarla.
Ognuno recita una parte in uno spettacolo perfetto. Non c’è qualcuno che è più buono e qualcuno che è più cattivo. Sei in un luogo… in una data epoca… hai un corpo di un certo tipo… e “decidi” di fare il giocatore di pallacanestro. Fino a che punto puoi dire di aver deciso? Tuo nonno faceva il boia, tuo padre fa il boia, tu fai il boia. Se lo fa un altro vomita. Tu sei “quello giusto” che lo deve fare.
In un istante intuitivo ho visto il Disegno. Non è un fatto mentale, non ci puoi arrivare col ragionamento, non puoi convincere nessuno e non puoi rispondere niente a chi ti contraddice.
Kosmos è un termine greco: significa Ordine.
…continua.
Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)
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I MIEI PROSSIMI APPUNTAMENTI
2011-2012
Domenica 30 Ottobre a BELLARIA – Convegno Eros e Agape
Domenica 27 Novembre a ROMA – Convegno Partito Italia Nuova
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(questo è il libro nel quale ho parlato per la prima volta di Draco Daatson e Victoria Ignis)
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