giovedì 10 ottobre 2013

L'educazione mentale


Molti fra gli esseri umani presenti oggi sulla Terra stazionano in uno stadio evolutivo che li costringe a recarsi dove vi è molta gente, dove si può stare gomito a gomito con la folla; vogliono vedere movimento, agitazione, sentire il chiasso delle vie affollate del centro il sabato pomeriggio, le spiagge a Luglio e Agosto, la montagna nelle settimane di Natale e Capodanno. Abbisognano, per sentirsi vivi, di forti vibrazioni che scuotano dal letargo la loro coscienza, la quale ancora non viene influenzata da ciò che è delicato, sottile... solitario.

Se un luogo è lontano dal vociare della massa, per l’uomo moderno è un brutto posto, poco interessante. Allora solo con la musica in cuffia o attraverso l’uso smodato del cellulare riesce a non sentirsi più solo. La solitudine è un nemico orribile da cui vuole difendersi appena se ne trova al cospetto.

Questo continuo provocare e ricercare la confusione esterna – atteggiamento che gli antichi chiamavano horror vacui, la paura del vuoto e della solitudine – non è che il riflesso esterno di quanto accade dentro di lui: la confusione dei suoi pensieri, l’incessante dialogo mentale che gli tiene compagnia, ma al contempo lo tiene schiavo 24ore su 24.
 
Non per caso uno degli aspetti fondamentali del Lavoro su di sé è costituito dall’»educazione mentale«, una sorta di “ecologia della mente”, dove col termine ecologia non s’intende solo lo studio dell’ambiente, ma anche un intervento mirante a redimerlo e decontaminarlo.

Si può fare questo anche nei riguardi della mente umana, ma solo nella misura in cui la persona non è più totalmente identificata con quella stessa mente; ossia nella misura in cui è nato un vero Io, dotato di Volontà, capace di osservare la mente e all’occorrenza agire su di essa. Come posso infatti guarire la mia mente, se sono la mia mente? Solo chi si percepisce già come “qualcosa” oltre i suoi pensieri, può davvero osservare i suoi pensieri e non solo illudersi di farlo.

Non esiste infatti una cosa come l’autocontrollo. Nessuno si può autocontrollare, perché la mente non controlla se stessa; ma colui che controlla la mente è un ente differente dalla mente stessa.

Questo Io dotato di Volontà – l’anima autocosciente – è ciò che ci differenzia dagli animali, i quali si limitano a reagire agli stimoli esterni; ciò che nella pratica fa anche la grande maggioranza degli esseri umani. A ben guardare l’anima non ha nulla a che vedere con la religione o la spiritualità; essa è semplicemente un termine che indica l’Io autocosciente, che con la pratica può venire sviluppato in misura sempre maggiore, fino a liberare l’uomo dal giogo dell’apparato psicofisico.

La mente – il pensiero – è molto potente, è un magnifico strumento che la natura ha messo a nostra disposizione. La capacità di controllare i nostri pensieri ci regalerebbe opportunità praticamente infinite: dalla serenità interiore alla comunicazione telepatica, dalla possibilità di autoguarirci a quella di ottenere benessere e ricchezza. L’uomo comune non conosce il potere della sua mente, perché non la sa utilizzare e la subisce come un continuo rumore di pensieri dentro la scatola cranica. Si comporta come un mendicante che, pur stando seduto su un sacco pieno di monete d’oro, vive elemosinando qualche spicciolo dai passanti.

I gesti, lo sguardo, il modo di camminare e di parlare rivelano in una persona quale ritmo interiore la muove, ossia cosa accade all’interno della sua mente. Un’attività mentale caotica e priva di controllo non può che palesarsi in atteggiamenti esterni nervosi che ne sono il riflesso. Allo stesso modo, la pace di una mente rilassata traspare nel timbro della voce, nello sguardo, nella pacatezza e nella sicurezza dei gesti.

Il pensare è il processo più importante dell’intera creazione. Per tale motivo è indispensabile lavorare su di sé – attraverso esercizi di Presenza e di Concentrazione – al fine di imparare a servirsi del pensiero per ottenere sia la serenità interiore che la sicurezza materiale. Questo è il Mago... o la Maga.

Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)


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