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venerdì 24 dicembre 2010

Un cibo che voi non conoscete


[31] Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbi, mangia». [32] Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». [33] E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?». [34] Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. [...]
Gv 4,31-34


«Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera»
Questa frase è una chiave di accesso per un nuovo stato di coscienza. La comprensione profonda di questa frase può proiettarci in un solo istante in un’altra dimensione dell’esistere. E possiamo farlo Adesso.

Per accostarsi a una frase di tale potenza è però necessario entrare in uno stato interiore molto... molto particolare: uno stato di coscienza ricettivo, uno stato di abbandono vigile, uno stato di completa fiducia nelle parole di Gesù.
È necessario che la fiducia nel potere di questa frase sia tale da pervadere interamente i nostri corpi e disporli in uno stato di ricezione. E’ possibile essere trasformati per sempre da queste parole, ma a patto di accoglierle senza riserve.

Proviamo a immaginare lo stato di coscienza in cui doveva trovarsi l’uomo che ha osato pronunciare una frase del genere duemila anni fa.
Cosa provava mentre pronunciava questa frase? Quale indicibile Forza sottende questo pensiero apparentemente privo di significato logico?

Ciò che dovrebbe sconvolgerci da capo a piedi – e allo stesso tempo attrarre la nostra curiosità – è il fatto che Gesù sia effettivamente sempre vissuto, da allora fino a oggi, in una realtà dove per ottenere di che sostenersi tutti i giorni è sufficiente fare la Volontà del Padre. Un uomo del genere si muove nella materia con la sicurezza di qualcuno che non deve mai preoccuparsi di ciò che mangerà, in quanto sta già facendo la Volontà del Padre, e questo è il suo unico Cibo!

Per assicurarsi la sopravvivenza egli ha quindi rinunciato alla sua volontà personale (peraltro illusoria) e ai suoi desideri di sopravvivenza. Gesù ci dice che per vivere in eterno senza preoccupazioni dobbiamo morire alla volontà della nostra piccola personalità e identificarci interamente con una Volontà Superiore.

«Mio cibo».
Cosa è il cibo? È il sostentamento dell’essere vivente, è l’energia che gli permette di continuare a vivere. Noi siamo costantemente preoccupati per il nostro sostentamento: per quello che faremo, diremo, mangeremo... domani. Viviamo in ansia per il futuro che ci aspetta. Questo è il nostro modo di affrontare la vita: un continuo preoccuparsi per la sopravvivenza futura, una continua ricerca di cibo: fisico, emotivo e mentale.

«Mio cibo è fare la volontà di colui».
Questo è un modo rivoluzionario di intendere il nutrimento. Il cibo non è più qualcosa che noi cerchiamo e prendiamo dall’esterno, il cibo diventa un fare qualcosa per qualcuno. Gesù dice che per poterci nutrire, anziché prendere qualcosa e mangiarlo, è sufficiente compiere qualcosa. Il FARE la Volontà del Padre diventa nutrimento.
Mentre agisco facendo la Volontà del Padre il Padre mi passa attraverso, mi usa e nell’usarmi mi nutre. Rimetto la mia volontà nella Sua: Lui conosce gli scopi e trova i mezzi per realizzarli.

«Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato».
Quindi spiega anche di quale genere deve essere questo »fare«. Non sono io a fare, ma qualcuno fa attraverso di me, la volontà di qualcuno si esprime per mio mezzo.
Questo qualcuno è Colui che mi ha mandato. In effetti tutti noi siamo stati mandati, non abbiamo alcuna coscienza di aver scelto un giorno di venire in questo posto, e a nulla vale convincersi che siamo anime che hanno scelto i loro destini: la realtà è che ci ritroviamo gettati nella materia senza alcun ricordo precedente. È quindi giusto che cerchiamo e rispettiamo la Volontà di chi ci ha mandato, il quale, chiunque esso sia, avrà avuto i suoi scopi!

«Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera».
«Compiere la sua opera». Queste parole dovrebbero riempirci di orgoglio. Io posso aiutare il Padre a compiere la Sua opera, e questo diventa il mio cibo. IL PADRE HA BISOGNO DI NOI, NON PUÒ COMPIERE LA SUA OPERA SE NON GRAZIE A NOI, NON PUÒ FARE NULLA SENZA NOI. NOI POSSIAMO AIUTARE IL PADRE A REALIZZARE SE STESSO. Questa affermazione è molto più concreta di quanto non appaia. Noi non nasciamo a caso e una volta nati non siamo liberi di occuparci dei fatti nostri: siamo stati previsti per operare all’interno di un disegno. Potrà forse apparire strano, ma se ci siamo è perché serviamo a qualcuno, esattamente come un martello o una sedia.
Non solo ho il privilegio di compiere la Sua opera, ma il farlo mi dà anche nutrimento e mi libera dai vincoli della sopravvivenza. Il premio per il mio mettermi al servizio dei Suoi scopi è una vita che diviene colma di Gioia, perché privata dell’ossessione della sopravvivenza.

Perché Gesù ci parli è sufficiente chiamarlo. Egli è l’unico personaggio importante di questo pianeta che può essere raggiunto da chiunque in qualsiasi momento!
Adesso lui è presente di fronte a noi, la sua faccia a pochi centimetri dalla nostra. Sentiamo il suo calore, la sua fermezza, la sicurezza che lo sostiene in ogni suo atto.
Immaginiamo che ci guardi: ora siamo invasi da lui. Immaginiamo che a un dato momento sconvolga tutto il nostro essere facendo vibrare lentamente ma inesorabilmente questi suoni all’interno dei nostri corpi:
«Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera»

Questa frase – pronunciata da qualcuno che vive tutti i giorni secondo tale principio – produce inevitabilmente una trasmutazione alchemica. I nostri corpi sono scossi, si ribellano, reagiscono, non vogliono accettare un’affermazione così pericolosa per la loro sopravvivenza, ma la forza trasformativa di questi suoni è implacabile, non può essere arrestata.
Allora la Compassione con cui vengono pronunciate queste parole tranquillizza i nostri corpi. Essi capiscono che possono fidarsi, che non sono in pericolo... tutt’altro. I corpi si arrendono e le cellule compiono il loro mutamento.

Finalmente ci ritroviamo proiettati in un altro stato di coscienza, quello di un uomo che trae nutrimento dal compiere tutti i giorni la Sua opera, qualcuno che si muove e parla nella vita quotidiana compiendo la Sua opera, lasciando passare l’Opera del Padre attraverso le sue cellule istante dopo istante. Un uomo che è sazio del compiere l’Opera del Padre, un uomo che sente il suo Cuore pieno, traboccante in ogni momento della giornata.
Adesso possiamo percepire chiaramente – e possiamo quindi registrare dentro di noi per sempre – la differenza fra due distinti stati di coscienza: quello di un uomo che prende le sue decisioni quotidiane e compie i suoi atti guidato inconsciamente dall’ansia del dover sopravvivere, e quello di un uomo che non è più preoccupato, che non è più toccato da ansie perché vive nello stato d’animo del compiere l’Opera del Padre... che è già di per sé nutrimento.

Pensiamo alla differenza tra lo stringere una mano compiendo l’Opera del Padre e lo stringere una mano ansiosi per la propria sopravvivenza. Pensiamo alla differenza tra l’andare a votare compiendo l’Opera del Padre e l’andare a votare ansiosi per la propria sopravvivenza. Ma – si badi bene – non si tratta di PENSARE di compiere l’opera del Padre, bensì di FAR VIBRARE I PROPRI CORPI DEL COMPIERE L’OPERA DEL PADRE.

«Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera»
Per mezzo dell’unione magica di Forza e Compassione – Rigore e Misericordia – Gesù ha il potere di »inchiodare« queste parole dentro di noi. È importante capire il significato dell’atto dell’inchiodare: inchiodare qualcosa nella materia significa trasformare per sempre la materia. Se permettiamo a Gesù di inchiodare queste parole dentro di noi, la nostra materia sarà trasmutata. È indispensabile che i principi vengano inchiodati, proprio come è stato indispensabile che lui fosse inchiodato alla Terra affinché avvenisse la trasformazione di questa.

Cosa bisogna fare per compiere la Sua Opera? La domanda non può nemmeno sorgere nel momento in cui la nostra coscienza si polarizza nella sfera della qualità anziché in quella della quantità. CI STIAMO INFATTI OCCUPANDO DI UNO STATO D’ANIMO DI FONDO DA CUI PARTIRE PER AFFRONTARE LA VITA, una vibrazione interiore da mantenere lungo tutta la nostra giornata, e non di una serie di particolari atti da compiere nel tentativo di “fare la sua volontà”.
Io faccio la Volontà di Colui che mi ha mandato e compio la Sua Opera se vivo costantemente in questo stato d’animo di Servizio e Fiducia, e proprio questo stato d’animo, questa vibrazione superiore, sarà il mio cibo.


 Salvatore Brizzi intervista



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Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)

giovedì 16 dicembre 2010

Intervista a Salvatore Brizzi


Il post della settimana è costituito da questa mia intervista, tenuta sabato 27 novembre al Centro Althea di Milano (sede dei miei corsi), organizzata da Jonathan Falcone della Libreria Esoterica di Milano, realizzata dalla giornalista Stefania Cubello.

Gli argomenti trattati nell’intervista:
La sofferenza.
Il collasso della mente.
Alchimia ed emozioni negative.
La Volontà di esserci.
Il senso di insicurezza.
L’Amore e la Sicurezza sono all’interno.
La comunicazione nella coppia.
Il Potere di amare.
Gurdjieff è morto.



Salvatore Brizzi intervista



Domenica 19 Dicembre a TRENTO

Seminario Vangelo e lavoro su di sé

dalle 10:00 alle 18:00

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Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)

giovedì 2 dicembre 2010

La dittatura del relativismo


Ieri mattina , durante la messa «Pro eligendo Romano Pontifice», l’omelia pronunciata dal cardinale Joseph Ratzinger era di carattere filosofico oltre che teologico, puntando l’indice contro i «venti di dottrina che abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni». Il decano del Sacro Collegio ha preso netta posizione contro le numerose correnti ideologiche e le «mode del pensiero» che hanno agitato «la piccola barca» di molti cristiani. In particolare, ha condannato senza mezzi termini «la dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura soltanto il proprio io e le sue voglie».
...

tratto dal Corriere della Sera, 19.04.2005

Proviamo a capire cosa è esattamente questa »dittatura del relativismo« contro cui si scaglia - a ragione - il nostro pontefice.

Capita sovente a chi si occupa di materie spirituali di dover affrontare discorsi sul cammino evolutivo dell’anima o sulla vita nell’aldilà anche in ambienti dove tali concetti non sono ancora così scontati e quindi le persone non hanno idea della differenza che passa tra una teoria filosofica e un’acquisizione pratica.

Può succedere allora che una mattina in ufficio, fra colleghi più o meno intimi, seduti a chiacchierare durante la pausa caffè, la conversazione, nonostante gli sforzi congiunti di tutti i presenti, riesca a svincolarsi dalla totale assenza di contenuto e si soffermi inopportunamente per qualche minuto sull’argomento anima. A questo punto accade sempre che qualcuno dei presenti, ansioso di voler mostrare al mondo l’inesorabile piattezza del suo insipido pensiero, affermi con ostentata accondiscendenza: “La tua teoria sull’evoluzione dell’anima è davvero interessante e ben congegnata, ma ricordiamoci che ogni religione ha la sua e che ci sono state tante scuole, sia filosofiche sia misteriche, che hanno prodotto teorie sull’anima di altrettanto valore, ma nessuna alla fine ha mai scoperto la verità.”

Se poi il mammifero in questione già da diversi mesi non riesce a scovare partner riproduttivi con cui praticare un sano scambio di fluidi, e si trova pertanto in una situazione ormonale piuttosto disagevole, non si lascerà certo scappare l’occasione di aggiungere – accompagnando il tutto con un’espressione di saggia rassegnazione: “Anche perché... si sa... nessuno possiede delle verità certe... e bisogna sempre diffidare di chi afferma di conoscere delle verità”.
Wow... un pensiero da Maurizio Costanzo Show... che forse poteva anche essere ritenuto originale nel primo Cretaceo.
Signori... eccovi servito il relativismo!

E di »dittatura« senz’altro si tratta, in quanto per chiunque sostenga di aver sperimentato dentro di sé una verità... è già pronta la gogna; se poi qualcuno dovesse addirittura abbandonarsi alla tentazione di dichiarare: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”... allora chiodi e tavole di legno serviranno a eliminare questa scomoda anomalìa dal pianeta!

Il cardio-apatico cittadino medio non ammetterà mai di essere incapace di giungere a una verità che non solo esiste, ma è pure a disposizione di chiunque si dia la pena di cercarla. Incredibilmente, risulta per lui molto meno imbarazzante affermare che NESSUNO sul pianeta è in grado di realizzare un traguardo che in realtà LUI non è in grado di realizzare; e ciò gli fornisce il giusto torpore intellettuale indispensabile a intrattenere corretti rapporti sociali.

Se si parte dal presupposto che nessuno può avere accesso a verità certe circa il mondo dello spirito, quando qualcuno sostiene che l’uomo è un’anima immortale e qualcun altro ribatte che l’uomo è solo una scimmia con la testa grossa, a entrambe le affermazioni può essere riconosciuta pari dignità!
Democratizzare la verità – ciò che Gesù pensa circa il significato della vita ha lo stesso valore di ciò che ne pensa Bruno Vespa – significa in definitiva assenza di verità e, soprattutto, assenza di punti di riferimento certi.
La conseguenza è che vince sempre il punto di vista della maggioranza, anche quando questa ha fottutamente torto e manifesta una cecità patologica.

Fatte queste considerazioni, è necessario ora distinguere fra »verità dogmatiche« e »verità realizzative«. La funzione sicuramente positiva che il relativismo ha svolto in passato è stata quella di liberare l’uomo dall’assoggettamento alle verità dogmatiche (ipse dixit) e indurlo a pensare con la propria testa circa i fenomeni dell’Esistenza.

Ma il successivo passo nel cammino di apertura delle coscienza – quello che dovremmo compiere adesso – concerne il divenire capaci di REALIZZARE INTERIORMENTE delle verità. Il che comporta una sintesi di relativismo (ognuno può accedere alla verità solo dentro di sé) e assolutismo (tale verità resta comunque oggettiva e valida per tutti).

Ad esempio, un tempo si credeva nell’anima con fede cieca (verità dogmatica); poi si sono abolite le certezze assolute in favore del pensiero individuale emancipato, grazie al quale ognuno è divenuto libero di poter pensare che l’anima non esiste senza per questo dover essere cotto alla brace dalla Chiesa (relativismo); adesso è tempo che ognuno smetta di credere o non credere nell’anima, ma la REALIZZI dentro di sé, cessando così di dipendere da filosofie, religioni o esperimenti scientifici (verità realizzativa).
Sono tre fasi storiche dalle quali non si può prescindere, solo che spesso ci si dimentica della terza... la più importante.

Buon lavoro a tutti.


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Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)

giovedì 25 novembre 2010

Il ritorno dell'Esoterismo


Un problema di cui prendere atto nell’ambito della cultura esoterica odierna è sicuramente costituito dall’aderire sempre più diffuso di giovani a sette sataniche e culti esoterici “sotterranei” di matrice più o meno “nera” e più o meno violenta.

Indubbiamente stiamo assistendo a un generale ritorno della Magia che, a nostro parere, porterà entro pochi anni a una vera e propria “restaurazione degli Antichi Misteri” e, conseguentemente, a una »Società Tradizionale«. Basti osservare l’aumento vertiginoso delle vendite di testi concernenti Alchimia, Magia, Astrologia, Wicca, neo-paganesimo, templarismo, società segrete, antichi Misteri... per avere un’idea dell’entità del fenomeno cui stiamo andando incontro.
Su un altro livello, costituito da un pubblico intellettualmente meno preparato, si può riscontrare il costante aumento – nonostante i continui scandali riproposti dalla televisione – dell’affluenza verso gli studi di cartomanti, astrologhe, chiromanti e fattucchiere assortite che, talvolta, risultano essere poco affidabili.

L’attrazione per l’occulto e il magico, che fa parte di una potente spinta archetipica presente nell’essere umano, non può essere in alcun modo repressa. Il fatto che si sia tentato di inibire tale pulsione negli ultimi secoli – pervasi da cultura pesantemente indebitata con l’Illuminismo – sta portando, come prevedibile reazione, a una vera e propria esplosione del fenomeno. Come un pallone che viene tenuto schiacciato sott’acqua e schizza con violenza verso l’alto nel momento in cui viene mollata la presa. Il dramma è che nelle scuole ufficiali non si conoscono, e quindi non si trasmettono, i principi dell’autentico Esoterismo. Ai giovani non viene insegnato nulla riguardo la Magia, l’Astrologia o i vari metodi di Divinazione; essi vengono lasciati nell’ignoranza di tutto quanto non è direttamente percepibile dai nostri limitati sensi. Pertanto sono portati a pensare che il satanismo e le messe nere costituiscano l’unico modo per accostarsi a quel mondo, esattamente come si crede che il neonazismo rappresenti l’unica via per la realizzazione di una »Società Tradizionale«.

La maggior parte di coloro che aderiscono a forme di culto satanico, non è attratta dal diavolo né dalla violenza, ma semplicemente dalla ritualità, dalla Magia cerimoniale, dalle formule magiche, dalla possibilità di contattare »forze superiori« per mezzo di rituali che utilizzano »parole di potere« o »incantesimi«. Attraverso la Magia è infatti possibile mettersi in contatto con entità angeliche alle quali chiedere aiuto e con le quali collaborare, oppure con entità diaboliche, che si deve però essere in grado di sottomettere al proprio volere per non rischiare di esserne travolti.
Tutto questo nulla ha da spartire con l’adorazione del diavolo, che fa solo parte di una patetica deviazione dall’autentica Via dell’Ars Regia.

Assistiamo a un positivo e inevitabile riemergere di tutto l’Esoterismo. In particolare la Wicca – la nuova Stregoneria riportata in auge da Gerald Gardner nella prima metà del ‘900 e ultimamente dai successi editoriali di Scott Cunningham e Montse Osuna – sta conoscendo una diffusione senza precedenti. Ma dobbiamo spiegare ai ragazzi e alle ragazze che amare la Magia Cerimoniale (la Teurgia=opera di Dio, da theos ed ergon) o la Magia Sessuale (»magia sexualis«) o la Wicca non significa dover sacrificare animali al maligno o bestemmiare il proprio Dio all’interno di pratiche rivoltanti!
Nelle scuole andrebbero divulgati i principi della vera Alta Magia, affinché questa prenda gradualmente il posto nell’immaginario collettivo delle raffigurazioni e delle pratiche di magia nera, che, incredibilmente, sono le uniche a cui un giovane di oggi può facilmente avere accesso!
Spiegare a tutti che la vera Magia – è parimenti per l’Alchimia – ha a che fare con l’apertura del Cuore, costituisce un impegno irrevocabile.

Quale idea della Magia possono farsi un ragazzo e una ragazza nella società odierna?
Le uniche informazioni che di norma li raggiungono provengono dai telegiornali, allorquando questi trattano dell’ultima setta satanica scoperta, oppure dell’ultima cartomante arrestata per truffa. E queste sono le immagini che della Magia e della Divinazione sono state trasmesse nella mente della gente comune. Un'altra fonte di informazioni sono i messaggi lanciati da alcuni gruppi appartenenti all’area heavy-metal (il black-metal o il death-metal), di norma deleteri anche questi per l’immagine della vera Magia.
Ecco quindi che nell’immaginario collettivo si viene a creare in maniera automatica l’associazione magia-diavolo-violenza, oppure cartomanzia-ignoranza-truffa.

Altra conseguenza della diffusa incompetenza in merito a tutto ciò che concerne l’occulto, è l’irresponsabilità con la quale molti giovani, poco più che ragazzini, tentano di penetrare nelle dimensioni “oltre il velo” richiamando entità che sono poi incapaci di tenere a bada. L’impossibilità di controllare talune »forze« che sono state invocate “per vedere cosa succede” sta diventando un problema sempre più diffuso, ma è un problema che per adesso può essere percepito solo da chi studia tali argomenti e sa quali »forze« agiscono dietro molti cosiddetti “omicidi inspiegabili”, oppure dietro alcune violenze di una crudeltà inaudita o, ancora, dietro taluni repentini mutamenti di carattere nel proprio figlio o nella propria figlia.

Dire a un giovane appassionato di Magia o Wicca: “Sono tutte stupidaggini!”, come si ostina a fare la mediocre cultura ufficiale che riceviamo a scuola (l’edu-castrazione), significa negare un aspetto dell’inconscio umano, un archetipo fondamentale, e ciò porterà come conseguenza a una chiusura delle vie di comunicazione con questi giovani. Il medesimo risultato lo si ottiene cercando di convincere che “sono tutte stupidaggini” una donna amante dell’Astrologia o della Cartomanzia. Sia la donna che il giovane appassionato di Magia sanno inconsciamente che non si tratta di stupidaggini, quindi in futuro non si fideranno più di chi dice loro il contrario, anche nelle occasioni in cui questi potranno effettivamente dare loro un consiglio utile.

Non sono stupidaggini. Pertanto risulta controproducente giudicare come ignorante, sprovveduto o sempliciotto chi si dedica a queste arti. È sconsigliabile assumere questo atteggiamento se si vuole tenere aperta una porta per continuare a comunicare con i propri amici o parenti che sempre più numerosi avvertono il richiamo dell’occulto. Lasciare che si chiudano in un completo isolamento poiché non si sentono capiti, può essere deleterio. Semmai, se siamo in grado di farlo, dobbiamo insegnare loro come discernere tra la Magia autentica – che non prescinde mai da un lavoro sul Cuore – e le sue mille deviazioni, oppure fra una persona veramente in grado di leggere i Tarocchi, le Sibille o praticare una »legatura d’amore« e la/il cartomante di turno che vuole solo spillare un po’ di soldi ai clienti.
Il giudizio aprioristico è sempre dannoso, mentre lo studio e la comprensione del fenomeno consentono di portare aiuto.

Sempre più imbroglioni approfitteranno dell’ignoranza in cui le persone vengono tenute circa le differenti discipline dell’Esoterismo, per spillare loro dei soldi o approfittare sessualmente di “allievi” e “clienti”. Anche in questo caso, come in ogni altro, l’ignoranza rende l’individuo esposto a mille pericoli... sia terreni che ultraterreni; mentre la conoscenza dà potere.

Si potrebbero poi condurre ulteriori riflessioni sul fatto che le masse vengano tenute nell’ignoranza in merito alle materie esoteriche proprio da coloro che vogliono poter continuare a utilizzare indisturbati taluni “poteri occulti” per tenere soggiogate le coscienze. Costoro non avrebbero più gioco facile in una società dove milioni di persone cominciano a percorrere un cammino iniziatico magico/alchemico e magari sviluppano poteri occulti come la »visione astrale«, la capacità di effettuare »viaggi astrali« o la preveggenza. Si noti a tal proposito la linea dura portata avanti dal nazismo contro ogni società occulta e contro le pratiche divinatorie. Loro volevano essere gli unici a detenere tali conoscenze al fine di poterle usare indisturbati. Ancora una volta: la conoscenza dà potere mentre l’ignoranza rende succubi.

Se si lascia credere alle masse che la Magia non esiste, allora chi la Magia la conosce può agire indisturbato per ottenere i suoi scopi.

Far apparire come dei ciarlatani, oppure dei folli dediti a pratiche disgustose, i maghi vissuti nel corso della storia, risulta essere un buon metodo per tenere le persone immerse nell’ignoranza riguardo tutto ciò che è occulto e non percepibile dai sensi grossolani. L’uguaglianza Magia=“magia nera” è stata utilizzata per screditare anche la figura di uno dei più grandi maghi di tutti i tempi: Aleister Crowley. Egli continua ad essere additato come un satanista, quando con il satanismo volgare come viene inteso oggi non ha mai avuto nulla da spartire. Egli intendeva il culto di Shaitan come il culto stellare-draconiano di Set. Niente a che vedere con il Satana delle sette sataniche. Sia sufficiente leggere la sua opera più famosa, Magick – testo fondamentale per chiunque voglia accostarsi seriamente alla Magia – per comprendere fino a che punto egli intendesse l’Ars Regia come una via iniziatica verso superiori stati di coscienza. Il fatto che si facesse chiamare provocatoriamente “la Grande Bestia 666” unito all’utilizzo sperimentale, a volte estremo, che egli ha fatto della »magia sexualis«, hanno creato intorno a lui un’aura di “satanismo” che, se invece si studiano attentamente i fatti, non ha alcuna giustificazione reale. I suoi comportamenti e le sue affermazioni miravano sicuramente a scioccare le coscienze dell’epoca, ma dietro quest’apparenza “sulfurea” si nascondeva in realtà un conoscitore approfondito della filosofia yoga e delle tecniche yogiche, e un pioniere nella ricerca degli stati alterati di coscienza e nell’utilizzo “magico” dell’energia sessuale.

In quest’epoca sono incarnati “coloro che vengono da lontano”: maghi, streghe, sacerdoti, sacerdotesse, antichi guerrieri sacri, artisti... tutti provenienti da Lemuria, Atlantide e da ancora prima che la storia fosse. Ce ne sono a migliaia soprattutto in occidente: camminano nelle città terrestri... in mezzo ai terrestri... ma non sono terrestri. Fra coloro che sono nati negli ultimi trent’anni la percentuale di questi Portatori della Fiamma è elevata. Ma i primissimi hanno già più di sessant’anni... hanno fatto da apripista.

I giovani sentono impellente il richiamo dell’Esoterismo, del Profondo, del Cuore.
Suona come un Appello.
La loro stessa natura li spinge verso Alchimia, Magia... e tutto ciò che non è banalità convenzionale, anche in campo artistico.
Si tratta di aiutarli a non deviare.
Si tratta di radunare un Esercito dello Spirito.


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Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)

giovedì 18 novembre 2010

Abbiate sale in voi stessi


[13]Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
[14]Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, [15]né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. [16]Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Mt 5,13-16

Noi siamo il sale della Terra.
Noi siamo il Fuoco che aiuterà il pianeta a incendiarsi.
Questo Fuoco non estingue, ma spinge a risorgere.
Chi... se non noi... potrà fare ciò?
Quando il cibo è insipido aggiungiamo il sale, ma se il sale stesso diventasse insipido... con cosa lo potremo render salato?
Se noi, che siamo il Fuoco, dovessimo perdere la capacità di ardere... chi o cosa ci farà riacquistare lo Spirito fiammeggiante?
Il Fuoco non può prendere il Fuoco dall’esterno; esso deve reggersi da sé.
Quale follia sarebbe attendere un maestro capace di regalarci l’ardore!

Voi siete il sale della Terra.
Nell’ascoltare queste parole c’infiammiamo d’amore fino alla pazzia.
Facciamo appello a tutta la resistenza del nostro sistema nervoso affinché non ceda mentre il fulmine lo attraversa.
Siamo torce che tracciano solchi nel cemento delle città.
Siamo le lucerne - tanto più efficaci quanto più silenziose - da cui gli uomini possono bere luce.
E non ci stiamo certo riferendo all’esempio che possiamo dare con le nostre parole o le nostre azioni. Dio ci guardi dal divenire esempio per qualcuno.
D’altronde il Fuoco non può che scandalizzare.
Esso scalda per il solo fatto che è Fuoco, non perché brucia in un modo piuttosto che in un altro.

Siamo il sale della Terra. Siamo il suo sapore, il suo Spirito.
Ubriachi di Dio, trabocchiamo perdono e compassione.
Venite e razziate il nostro Cuore, cibatevi finché potete... fino a saziarvi.
Prendeteci tutto e vi daremo di più. Qui è la fonte inesauribile: più ne cogliete più se ne genera. Chiamate i vostri figli e dite loro di aver trovato la coppa del Graal... che vengano a brindare.

Depositate ai nostri piedi le vostre croci... e accogliete la nostra, perché il nostro giogo è leggero. Rinunziare alla melma dei lamenti è semplice: diventate le arterie di questo nuovo organismo; lasciate che il sangue vi usi per portare ossigeno dal Cuore alla periferia.
La ricompensa è dolce.

Siamo i rami forti da cui gli angeli spiccano il volo.

[49]Perché ciascuno sarà salato con il fuoco. [50]Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri.
Mc 9,49-50


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giovedì 4 novembre 2010

Advaita Vedanta e »sforzo« – parte II


Fratelli, so che la vostra attenzione è imprigionata nel mondo immaginario del vostro pensiero.
Fratelli, so che guardare dentro voi stessi richiede uno sforzo di volontà.
Fratelli, fate lo sforzo di guardare dentro voi stessi.
Fratelli, facendo lo sforzo di guardare dentro voi stessi vi libererete dai fantasmi del vostro pensiero.
Allora la vostra attenzione potrà rivolgersi alla realtà che vi circonda ed essa si rivelerà a voi in tutta la su bellezza e la sua gioia.
Scoprirete che nella realtà non vi è sofferenza: la sofferenza è soltanto nel vostro pensiero.

Siddharta Gautama Sakyamuni detto “il Buddha”


Ho riportato le parole del Buddha quando si riferisce alla pratica del Retto Sforzo – uno degli Otto Nobili Sentieri – per attestare il fatto che già 2500 anni fa lo »sforzo« veniva considerato a fondamento del percorso di risveglio, cioè una pratica indispensabile all’ottenimento della buddhità.
Al proposito vi consiglio la lettura di Come diventare un buddha in cinque settimane di Giulio Cesare Giacobbe, un libro facile, divertente e allo stesso tempo molto pratico. Giacobbe fa comprendere come il Buddha nei suoi discorsi non ponesse tanto l’attenzione su concetti di alta metafisica o su dogmi da rispettare, bensì sulla PRATICA per raggiungere quel risveglio che lui stesso aveva ottenuto. I suoi discorsi sono un vero e proprio manuale pratico di risveglio per chi ha voglia di lavorare su di sé.

Ma cosa è lo »sforzo«?
Nell’articolo precedente abbiamo visto che alcuni illuminati sostengono che l’illuminazione si ottiene senza sforzo. È come un terno al lotto: dipende dalla fortuna e non dalla tua volontà. Può capitarti mentre ti stai alzando dal cesso e ti accorgi che la carta igienica è finita, oppure può non capitarti mai anche se aneli ad essa per tutta la vita.
Se provi a dire a qualche seguace della moderna Advaita che ti stai sforzando di raggiungere il risveglio attraverso una pratica, ti accusa subito di essere un lurido animale egoico. Gli advaitin ti trattano come un subnormale della spiritualità, con sprezzante superiorità... e assumono un atteggiamento del tipo: “Un giorno anche tu, sempre se sarai fortunato, raggiungerai il nostro livello e smetterai di fare sforzi con il tuo ego per arrenderti finalmente all’Uno.”
Insomma... nella loro inconsapevole protervia pretendono di saperne più di Buddha e Gurdjieff messi insieme, perché evidentemente Buddha e Gurdjieff sono ancora pesantemente prigionieri del loro ego che si ostina a fare sforzi per il risveglio... !!!

Come ho già esposto nell’articolo precedente, in verità è necessario distinguere fra l’atto dell’ILLUMINAZIONE finale – un arrendersi spontaneo dell’Uno a se stesso – e il RISVEGLIO, che implica un ben preciso Cammino sia psicologico che spirituale e il conseguente »sforzo« di Volontà (=thelema) da applicare su questo Cammino.


Ma torniamo al significato dello »sforzo«.
Intanto facciamo chiarezza su alcuni inganni cui vanno soggetti i sostenitori a oltranza del non-sforzo.
Punto primo: se esiste solo l’Uno e il mio ego non esiste – è solo illusorio, come sostiene giustamente l’Advaita – allora è sempre l’Uno a fare questo sforzo... e io non sono perseguibile per legge! Dunque non vedo perché accusare di “egoicità” chi compie degli sforzi, dal momento che non è LUI a farlo. Se egli potesse in qualche modo accelerare o ritardare di SUA volontà l’illuminazione, decidendo di compiere o non compiere sforzi, ciò avvalorerebbe l’esistenza di un ego personale separato dall’Uno.
Punto secondo: se l’illuminazione non necessita di particolari condizioni per avvenire – come sostiene giustamente l’Advaita – allora si può verificare anche in chi sta compiendo duri sforzi per farla accadere, con le stesse probabilità con cui si può verificare in chi non si sforza per niente. Se così non fosse allora l’illuminazione sarebbe condizionata da situazioni o eventi contingenti.
Se può accadere a tutti in qualunque momento allora può accadere con le stesse probabilità anche a me mentre mi sforzo di raggiungerla.
Punto terzo: il non-volere-fare-qualcosa per raggiungere l’illuminazione si colloca sullo stesso piano del volere-fare-qualcosa. È semplicemente un inganno più sottile che permette all’ego di ALIMENTARSI DELLA CONVINZIONE DI NON-STARE-FACENDO-NULLA. Ma dietro questo non-fare-nulla c’è sempre un’intenzione, l’intenzione di non lavorare su di sé – in genere accompagnata anche dall’intenzione di rompere i coglioni a chi sta lavorando su di sé – che presuppone sempre un sé separato che non-vuole-fare-niente per raggiungere l’illuminazione.
È sufficiente osservarsi con onestà nel corso di qualche vita per scoprire questo inganno dell’ego.

L’atto dell’ILLUMINAZIONE finale va oltre il voler-fare o il non-voler-fare qualcosa per ottenerla. Se riuscite a COMPRENDERE realmente cosa significa andare oltre il fare e il non-fare allora vi illuminate in quell’istante e la vostra ricerca è finita. Se dite di essere già in quello stato superiore, oltre il fare e il non-fare, ma non siete illuminati, allora vi state prendendo per il culo, perché quella COMPRENSIONE e l’illuminazione coincidono. Se dite di stare cercando di entrare in quello stato che è oltre il fare e il non-fare, vi state di nuovo prendendo per il culo, perché c’è di nuovo un’intenzione da parte di un sé che si sente ancora separato.

Insomma... è un bel guaio... siete con le spalle al muro... senza vie d’uscita. Ma guardate il lato positivo: il vantaggio di trovarsi con le spalle al muro è che, se non altro, finché state lì nessuno può sodomizzarvi.

Lo »sforzo«
Ma ancora non vi ho detto cosa è lo »sforzo«.
Lo »sforzo« di ricordarsi di sé non è qualcosa che tende verso il risveglio, lo »sforzo« È il risveglio.
I momenti di »sforzo« sono momenti di illuminazione, momenti di qui-e-ora nei quali siamo fuori da spazio e tempo. Lo »sforzo« è Volontà pura, al di là di conseguimenti e aspettative. Finché sono in uno stato di »sforzo« sono in uno stato di illuminazione, al di là di ogni pensiero e preoccupazione.

State bene attenti, perché se riuscite a COMPRENDERE profondamente ciò che vi sto dicendo, potete sperimentare un bagliore di quell’Unità proprio adesso, mentre state leggendo.
Voi tutti compite uno sforzo quotidiano, che si protrae 24ore al giorno, per restare lontani dall’Unità! E di questo sforzo nessuno di voi si rende conto.
Nessuno di voi infatti vuole l’illuminazione e vi prodigate ogni giorno della vostra vita, con straordinaria pervicacia, per RESISTERE all’Unità. Ogni pensiero, parola o gesto esprime il vostro sforzo di restare lontani dall’Uno.

Capite? La vostra vita è già sforzo, lo sforzo di RESISTERE a quell’Unità che si trova sempre qui-e-ora, a vostra completa disposizione, in questo preciso momento, mentre state leggendo. Quell’Unità che altrimenti, senza questo sforzo costante, verrebbe realizzata all’istante.
L’illuminazione è già qui, la siete già mentre leggete questo post, ne siete impregnati, non potete allontanarvene in nessun modo... eppure fate di tutto per restarne lontani.
È l’Uno che legge questo post, quindi l’illuminazione c’è già. Ma attraverso pensieri, parole, azioni – cioè attraverso il tempo – vi distraete dall’illuminazione che avete già Adesso, qui-e-ora.
Resistete inconsapevolmente a Dio. Per farlo occorre che produciate uno sforzo immane e costante per “dimenticarvi di voi stessi”. Ma siete così abituati – così assuefatti – che non ve ne accorgete più. È come portare un peso sulla schiena... dopo qualche ora non lo sentite più.

Il momento in cui vi sforzate di ricordarvi di voi stessi – di essere presenti – è l’unico momento in cui interrompete la vostra RESISTENZA nei confronti dell’Unità. Grazie allo »sforzo« consapevole rompete lo sforzo inconsapevole e assaporate un istante di Unità.
Ciò che in quel momento percepite come »sforzo« per restare presenti a voi stessi, è in verità il risultato della rottura della vostra RESISTENZA quotidiana all’illuminazione. Non state percependo lo »sforzo« di ricordarvi di voi, ma la cessazione dello sforzo di resistere a Dio, lo sforzo di farvi del male momento dopo momento, giorno dopo giorno. Una sofferenza perenne che striscia poco al di sotto della coscienza. Uno stato di ansia e stress incessanti che oramai fanno parte del vostro esistere quotidiano.

Quello che molti credono essere uno sforzo, è in realtà l’unico istante in cui non mi sto sforzando di scappare da Dio!
Il ricordo di me non mi permette di viaggiare verso l’Unità – il che, come abbiamo visto, costituisce un’operazione inutile – bensì di SENTIRE “nella carne” con quanta forza me ne tengo lontano tutti i giorni, con quanta forza mi dimentico di me.

Non c’è niente da raggiungere, c’è solo da smettere di resistere.
Ciò che cerco di raggiungere è in verità ciò a cui sto resistendo in ogni istante.
Questa comprensione è già illuminazione.



LE MIE PROSSIME DATE:

14 Novembre – FOLIGNO – La Via del monaco-guerriero
Uscire dalla trappola e divenire i condottieri della propria vita.
Seminario di una giornata.

21 Novenbre – ROMA – La Via del monaco-guerriero
Uscire dalla trappola e divenire i condottieri della propria vita.
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19 Dicembre – TRENTO – Vangelo e Lavoro su di sé
È un seminario di una giornata nel corso del quale leggo e commento alcuni brani tratti dal Vangelo.



Risveglio di Salvatore Brizzi (da qui è possibile acquistare Risveglio con il 15% di sconto: 12,75 euro anziché 15)

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Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)

giovedì 28 ottobre 2010

Advaita Vedanta e »sforzo« – parte I


Talvolta mi capita di conversare con sostenitori della moderna Advaita Vedanta. Dal momento che per loro ogni essere umano è già l’Uno in questo istante, ritengono sia assurdo intraprendere ogni sorta di cammino spirituale volto a ricongiungersi con l’Uno stesso.
“L’illuminazione non può essere ottenuta con una pratica – è la sintesi del loro pensiero – essa accade spontaneamente quando l’ego illusorio interrompe la ricerca illusoria.”
Ogni »sforzo« teso alla liberazione viene pertanto rigorosamente bandito dalla tavola di coloro che seguono questo genere di Advaita. Fin qui non ci sarebbero problemi, senonché, ciò che salta subito all’occhio, è che tali sostenitori scadono troppo frequentemente nel fanatismo e nell’insofferenza verso chi segue un altro percorso. Presi da una sorta di delirio anti-lavoro-su-di-sé cominciano ad avere in antipatia chi si dedica quotidianamente a un cammino di crescita interiore più articolato. La loro attività prediletta diventa quindi mettere in cattiva luce i maestri che istruiscono il mondo attraverso concetti come »sforzo«, miglioramento, crescita, lavoro per il risveglio, fabbricazione dell’anima. In un colpo solo vorrebbero annichilire gli insegnamenti di Gurdjieff, E.J. Gold, Eckhart Tolle, Douglas Baker, tutta la tradizione dell’Alchimia, della Gnosi e dell’Esoterismo in genere...
Anche io mi ritengo un estimatore di tale dottrina, ma non posso fare a meno di rilevare che alcuni fra i sostenitori dell’Advaita Vedanta sono più esagitati e intolleranti degli ultras di una squadra di calcio.

Innanzitutto voglio precisare che nel corso dell’articolo mi riferirò alle persone che seguono l’Advaita e agli illuminati dell’Advaita, molti dei quali sono viventi anche oggi (al proposito si veda il prezioso dvd Il Fiore del Nirvana), non alla dottrina dell’Advaita Vedanta tradizionale in sé, in merito alla quale anche io sono piuttosto ignorante. Per esempio, non so cosa dice l’Advaita in fatto di anima, ma so che gli odierni guru dell’Advaita negano l’anima e la vita dell’anima dopo la morte.

Premetto che il primo libro di argomento spirituale che lessi, nel lontano 1996, fu Nessuno nasce, nessuno muore di Nisargadatta Maharaj, adesso introvabile. I discorsi di Maharaj sono Advaita puro, forse il più puro in circolazione. Nisargadatta è per me ancora oggi un mito insuperabile.
Quando lo lessi sentii subito di essermi accostato a qualcosa di estremamente elevato e radicale allo stesso tempo, qualcosa che non lasciava spazio alla masturbazione mentale tipica dell’intellettuale o del “turista spirituale”.
Qui si diceva che tutto è Uno, che l’ego non può essere ucciso perché già adesso non esiste e che non è possibile intraprendere un percorso spirituale in quanto non ci può essere una via che ti conduce dove sei già, né un lasso di tempo utile per farti raggiungere questo momento presente!
È la via-senza-via illustrata anche nel Tao e nello Zen, laddove anche questi insegnamenti vengano presi nella loro accezione più pura.

Tutto molto bello. Poi andavo a lavorare e continuavo a soffrire di depressione. La mia fidanzata mi lasciava e io mi sentivo squartato nel plesso solare. Però io e il mio lavoro eravamo comunque uno e io e la mia fidanzata eravamo comunque uno. Già... lei era uno con me... ma adesso se la scopava un altro!
Andai avanti così per qualche mese, poi riflettei e mi resi conto di una cosa: lo scarto fra me e l’Advaita era troppo grande. Sebbene l’Advaita affermasse la verità più profonda, a me, ragazzo di 25 anni che viveva una normale vita quotidiana... non era di alcuna utilità! Fu un bagno di umiltà, ma dovetti ammettere sinceramente che quello che veniva e viene considerato l’insegnamento spirituale più elevato... l’insegnamento ultimo, oltre il quale non si può concepire più nulla... non era adatto a me.

Se un maestro vi dice: “Tu sei Quello. E non puoi fare nulla per realizzarlo perché lo sei già.” O vi illuminate seduta stante... oppure quell'insegnamento non è per voi pratico, è solo filosofia. Il giorno dopo sul lavoro siete incazzati come prima, se non di più, perché adesso avete la certezza che la vita è una presa per il culo, ma non vi è permesso fare nulla di concreto per cambiare la situazione.

Non è un caso che gli advaitin da me conosciuti siano tutti abbastanza aggressivi e frustrati. Da una parte si impongono di non compiere alcuno sforzo in direzione dell’illuminazione, perché hanno paura così di allontanarla, e dall’altra si rendono conto che nella vita quotidiana stanno male come chiunque altro... con in più la paranoia dell’illuminazione... che sarebbe magnifico ottenere, ma non si può fare nulla per ottenerla!

Non volendo ridurmi così anch’io, decisi che avrei scoperto il trucco. Avrei cioè appreso come riempire quel vuoto ontologico che mi separava dall’Uno, pur essendo io consapevole della mia identità con quello stesso Uno che andavo cercando.
Venni così a contatto con varie fonti esoteriche e alcuni personaggi decisamente “svegli”. In alcuni luoghi viene ancora tramandata una Conoscenza senza tempo, una »conoscenza scientifica« dell’Essere a 360gradi, per la quale l’Advaita e lo »sforzo« non sono in antitesi. Un tempo erano i RosaCroce e più di recente la Quarta Via esposta da Gurdjieff.
Qui finalmente trovai tutte le spiegazioni.

L’essere umano può dedicarsi alla Conoscenza Ultima solo dopo aver percorso alcune tappe ben precise, alle quali non può sottrarsi, pena la non riuscita della Grande Opera oppure una sua riuscita imperfetta. Detto in altre parole, se prima non mi dedico con tutte le mie forze alla costruzione di un Io cosciente, cioè di un vero Ego – ciò che nella religione viene definito Anima – non potrò in un secondo tempo sacrificare quello stesso Ego per identificarmi con l’Uno.
In Teosofia Ego e Anima sono sinonimi e indicano entrambi l’autocoscienza tipica dell’essere umano, ma non di tutti gli esseri umani e sicuramente non nella stessa misura in ciascuno di essi.
Qui sta la chiave di tutto, e qui è l’origine di tutte le malcomprensioni spirituali.
Il RISVEGLIO (costruzione alchemica dell’Io, cioè dell’anima immortale - uomo nr. 5 per la Quarta Via) e l’ILLUMINAZIONE (identificazione della goccia con l’oceano - uomo nr. 7 per la Quarta Via) sono due fasi ben diverse del Cammino e corrispondono a due stati di coscienza ben definiti che non possono venire confusi.

Con troppa facilità alcune “scuole” spingono i loro discepoli ad abbandonare o uccidere l’ego... quando questi un Ego ancora non ce l’hanno. L’Ego – cioè un Io unitario e integrato – è una faticosa conquista, non un diritto di nascita. Ciò che di norma il “turista dello spirito” chiama ego, non è altro che un mucchio di pensieri ed emozioni non coordinati, caotici e non controllati. Ma l’essere umano in questo stato semplicemente non è NIENTE... è solo un insieme di meccanismi!
Solo quando si sveglia diventa Qualcuno.
Quando è sveglio ed è Qualcuno, allora può compiere il Grande Sacrificio e completare la Grande Opera, può cioè decidere di morire consapevolmente, crocifiggendo quell’Ego che aveva così faticosamente edificato grazie a un costante »sforzo«.

Questo è il motivo per cui intorno a questi illuminati ci sono centinaia di persone... ma nessuno illuminato come loro. Un orologio svizzero (cioè un essere pieno di meccanismi), uno zombie, un addormentato, non possono improvvisamente identificarsi con l’Uno. COSA in loro si identificherebbe con l’Uno? Devono prima necessariamente svegliarsi. E una volta svegli – tra l’altro – possono anche decidere di non compiere l’ultimo grande salto nel Vuoto e continuare a godersi la vita da svegli.
Massimo rispetto per chi invece una volta sveglio decide di rinunciare a sé.

Nella quasi totalità dei casi i sostenitori dell’Advaita Vedanta semplicemente praticano tanta meditazione ma non ottengono nulla, se non qualche esperienza mistica, che però si sottrae al loro controllo cosciente... proprio in quanto non sono svegli e non conoscono il funzionamento della loro »macchina biologica«. In alcuni casi invece può accadere che la (segretamente) agognata illuminazione in effetti sopraggiunga.
A questo punto i danni che il discepolo può accusare sono inversamente proporzionali al suo grado di risveglio, cioè all’integrità raggiunta dal suo Io. Se in questa vita o in vite passate egli ha comunque svolto un parziale lavoro di integrazione, allora potrebbe non subire grosse menomazioni psichiche e dedicarsi a una dignitosa esistenza da guru per il resto dei suoi giorni, irradiando la Luce dell’Uno intorno a sé. Dopo la morte del corpo fisico però, non essendosi svegliato, non avendo cioè fabbricato un’anima immortale, scomparirà per sempre fra le braccia di Dio. Tale è il motivo per cui alcuni di questi illuminati negano l’anima, la reincarnazione e in generale la vita dopo la morte. Stanno parlando di se stessi.
Se il lavoro d’integrazione dell’Io non c’è stato o è stato minimo, le conseguenze dell’illuminazione – cioè della risalita di kundalini – sono imprevedibili. È come mettere le dita bagnate in una presa di corrente. Si va dai danni psichici a quelli fisici, fino alla morte. Un viaggio con l’acido che non termina mai.
La sottile ma enorme differenza fra illuminati e fulminati.

Sono sicuro di aver portato un po’ di ordine nel caos.

Continua...


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Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)

giovedì 21 ottobre 2010

Spiritual CEPU


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Così recitava il pieghevole pubblicitario che avevo recuperato nella cassetta della posta. Per cui un paio di giorni dopo decisi di raggiungere di persona il Centro Europeo per il Progresso Umano (CEPU), una cascina ben ristrutturata poco fuori città.
La signora alla reception era una cinquantenne con un’espressione piuttosto intrigante che non mi lasciò del tutto distaccato, era il classico volto da attrice consumata, ma non capivo consumata da cosa. Dovevo averla vista in qualche film ma non ricordavo bene dove.

Nel vedermi entrare mi fu subito addosso: “Buonasera. È venuto per la riconnessione o per l’ascensione vibrazionale?”.
“Cercavo un bagno!” mi sarebbe venuta voglia di rispondere, ma resistetti a questo impulso polemico, d’altronde ero entrato in un posto pieno di spiritualità e volevo fare la mia porca figura. In uno stato di coscienza ordinario, dopo una domanda del genere, avrei subito girato i tacchi e sarei tornato a casa, ma quella sera ero particolarmente euforico perché la mia fidanzata proprio quel pomeriggio aveva accettato di comprare le manette e il body in latex dopo mesi di insistenze da parte mia.

“Ho ricevuto questo volantino e mi piacerebbe saperne di più sulle attività che svolgete nel vostro Centro”. Dissi con un sorrisone calmo in stile Ramana Maharshi.

“Qui allo Spiritual CEPU ci occupiamo della sua sfera spirituale a 360 gradi.” Rispose pigolando. E cominciò a sciorinare un infinito elenco di attività.
Appresi così che avrei potuto parlare con i miei avi grazie a una ‘canalizzatrice’ in contatto con un’intera agenzia interinale di angeli che, sotto compenso, si offrivano di pedinare ogni consultante nella sua vita privata per i successivi sette anni... o fino alla sua morte, nel caso avvenisse prima dei sette anni, in questa circostanza gli angeli si facevano intestare il suo appartamento ed erano quindi liberi di incarnarsi per affrontare anche loro l’esperienza terrena.

Seppi che un numero imprecisato di eliche dormienti del mio DNA andava risvegliato, pena il non poter esprimere appieno i miei talenti naturali e non riuscire a portarmi a letto la cassiera dell’Auchan sulla quale avevo messo gli occhi da un po’ di tempo.
Un trattamento a base di campane tibetane, propoli e urinoterapia mi avrebbe permesso di accettare con distacco buddista il fatto che il capo dell’azienda per cui lavoravo fosse dieci anni più giovane di me, ed entrare di conseguenza in contatto con il mio sé profondo.
Una sessione di kundalini yoga mi avrebbe consentito di accedere alle Costellazioni Spirituali Multidimensionali. Il vantaggio di poter accedere alle multidimensioni era uno sconto su certi prodotti di cosmesi biologia acquistabili solo su Sirio.

E come lasciarsi sfuggire il seminario di Psicosciamanesimo e Teatralizzazione Genealogica? In questo seminario era compresa l’assunzione di sostanze psicotrope, il che restava perfettamente legale se si compilava un’autocertificazione attestante la propria cittadinanza su Mercurio.



Inoltre, per essere completo, mi dovevo decidere a scatenare la mia autostima, che adesso in effetti si trovava sotto le scarpe per il solo fatto di dover giustificare alla mia coscienza di essere entrato in quel posto. Per l’autostima si rivelavano ottimi alcuni seminari come “Intergalactic Leadership” e “Public speaking and stripteasing”, oppure i corsi di Comunicazione Ipnotica, ad esempio: “21 tecniche avanzate per convincere un sempliciotto ad acquistare una bara insonorizzata”.

Un paio di moduli di Theta Healing e Reconnection avrebbero completato l’opera succhiandomi via le mie convinzioni limitanti e il karma negativo, così come si fa con la liposuzione, una specie di karmasuzione. A quel punto le mie frequenze vibratorie sarebbero schizzate così in alto che adesso non solo avrei potuto attrarre un’illimitata ricchezza, ma, nelle giuste condizioni, dominare i tornado e allungare di un paio di settimane le stagioni.

“E poi... e poi ci sono le sessioni di Tantra... – continuò la signora in tono concupiscente, portandosi il dito indice sul labbro inferiore per tirarlo leggermente verso il basso – Abbiamo insegnanti che provengono da scuole tradizionali albanesi e rumene.”

Non ci potevo credere! La mia espressione divenne esterrefatta. La osservai per qualche secondo con la stessa incredulità che abitualmente si riserva a un cerchio nel grano comparso durante la notte sul balcone di casa. Mi ero improvvisamente ricordato dove l’avevo vista recitare: di fronte a me c’era l’insuperata protagonista di “Deep in my ass – part II”, pellicola anni ’80 di produzione americana!
Ma dove ero capitato?

Mentre ancora tentavo di riavermi dallo shoc, mi consegnò un questionario di 20 domande per capire se ero mai stato vittima di abduction da parte di alieni. Misi una mano in tasca per cercare la penna e trovai invece la chiave delle manette! Mi sovvenne a quel punto che la mia fidanzata era ancora a casa mia, legata al letto e inguainata nel body di latex.
Salutai e mi affrettai verso l’uscita. Sulla bacheca accanto alla porta lessi di sfuggita un avviso:
Ritira subito il modulo per assicurarti la prossima reincarnazione su un pianeta scelto da te. Se adesso sei sulla Terra è perché l’ultima volta ti hanno fregato.
Con noi non succederà.




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Leggi la recensione del DVD
ALCHIMIA, MISTICA E SUFISMO
di Salvatore Brizzi
e Sheikh Burhanuddin Herrmann
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Leggi la recensione del libro
IL CODICE DEL CUORE
di Riccardo Geminiani e Salvatore Brizzi
A questo link:





Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
(non vengo condotto, conduco)


venerdì 8 ottobre 2010

Il Re dei re


[36]Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». [37]Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gv 18,36-37


L’apertura del Cuore rende l’uomo un Re.
Muoversi con il Cuore aperto significa camminare per le città provando la costante sensazione di “essere a casa propria”, di “trovarsi nel proprio regno”.
A tutti sarà capitato di provare un senso di sicurezza nel chiudersi la porta alle spalle, la sera, tornati a casa dopo aver passato la giornata fuori, sull’autobus o in auto, fra persone sconosciute e potenzialmente pericolose. Che bella quella sensazione di familiarità, di caldo, di riparo... che bello ritrovarsi dentro le quattro mura domestiche.
Ebbene, QUELLA STESSA SENSAZIONE DI SICUREZZA È POSSIBILE PROVARLA IN OGNI LUOGO E OCCASIONE: attraversando a piedi un quartiere malfamato, prima di un decisivo incontro di lavoro, quando si apprende dal telegiornale del diffondersi di un’epidemia o dell’imminenza di nuovi attentati terroristici...

Il senso di essere protetto... avvolto... riscaldato... accompagna in ogni situazione dell’esistenza l’essere umano che si è fatto Re, che ha attivato il suo Cuore.
Un tale individuo cammina nel mondo portando sempre con sé la percezione di trovarsi nella propria abitazione, in un luogo familiare. Nessuno gli è estraneo. Nulla di male può succedergli. Non c’è pericolo che possa nascondersi dietro il prossimo angolo... perché in verità non è mai uscito da casa sua.

Avere il Cuore in fiamme significa non uscire mai dall’avvolgente, tiepida sicurezza della propria dimora, pur trovandosi nel bel mezzo di una rissa di strada.
E questo è un miracolo.

Allora capita che le persone incrociate nel corso di una giornata smettano di costituire fonte di paura, ansia e apprensione... per trasformarsi in abili COMPLICI. Una sottile, intima intesa si stabilisce fra sconosciuti amici.
Non solo nessuno può mai danneggiare il Re, ma ognuno, nessuno escluso, diviene suo complice in ogni circostanza della vita.
Non sei più tu a sforzarti di amare il tuo nemico... ma è il tuo nemico che ti ama.
E questo è rendere testimonianza alla Verità.

L’ARIDITÀ DEL CUORE infogna le creature umane nel timore della malattia, della disgrazia, dell’abbandono, dell’attentato, dell’epidemia... La causa del vivere male si annida nella durezza del Cuore.
Non è grazie al sorriso compiacente di qualcuno che si può divenire più felici e non è aumentando i dispositivi di sicurezza nei luoghi pubblici che ci si può sentire più sicuri. Ognuno può decidere adesso il suo grado di fiducia, sicurezza e serenità... senza dover mutare alcuna condizione esterna.

Ogni essere umano può essere un Re che si muove sicuro nel suo regno. Può esserlo già da ora. Ma per realizzare ciò deve possedere il coraggio di esporsi e andare per il mondo con il Cuore aperto. Allora, e solo allora, vivrà su un pianeta sano e sicuro, pieno di armonia e pace... anche se gli altri continueranno a subire la paura dell’attentato e dell’epidemia, la paura di venire abbandonati dal partner o di perdere il lavoro.

L'illusione di maya ci tiene prigioniero il Cuore e continuerà a farlo fino a quando non avremo reso testimonianza alla Verità.
Se ho paura che il mio partner mi lasci è perché fra di noi non c’è amore, ma solo bisogno e dipendenza.
Se ho paura di perdere il lavoro è perché quel lavoro non lo amo abbastanza.
Comprendere profondamente questo, significa rendere testimonianza alla Verità.

[36]Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». [37]Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gv 18,36-37


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martedì 28 settembre 2010

Amarcord


“Sono presente... sto camminando e sento i miei muscoli, i miei passi, l’aria fresca sulla faccia. Non penso ad altro. Sto camminando e mi ricordo di esserci... Mi guardo intorno e SONO IO che mi guardo intorno, sono QUALCUNO, una coscienza dentro a questo corpo. Non solo sono concentrato sugli oggetti all’esterno di me invece che sui miei pensieri, non solo sono cosciente delle auto, delle persone, dei semafori, del mio corpo... ma sono cosciente di esserne cosciente. Questo è il valore aggiunto, questo mi distingue da un animale o da un uomo addormentato... che sono poi la stessa cosa.”

Ero in una strada vicino a casa mia e mi stavo avvicinando al tabaccaio.
“Ecco, ora entro. Varco la soglia ricordandomi di me ed entro nel negozio continuando a ricordarmi di me. Ecco... ci sono... sono quasi arrivato... devo stare attento perché entrando i miei sensi saranno investiti dal nuovo ambiente, le persone, le voci... e questo mi farà perdere il ricordo di me. Finché sono in strada sono al sicuro, ma se entro in nuovo ambiente rischio di cadere nell’oblio della coscienza. Ok. Mancano pochi passi. Per adesso ci sono... sono ancora presente... sono qui con tutto me stesso... Ora spingo la porta ed entro...”



Cinque minuti dopo sono di nuovo in strada, a pochi passi dal tabaccaio. Sto ancora sorridendo fra me e me per alcune battute che ci siamo scambiati col negoziante, quando all’improvviso...
“Porca puttana! Non mi sono ricordato di me! Mentre ero dentro il negozio non sono mai stato presente. Com’è possibile? Dal momento in cui sono entrato e ho salutato il tabaccaio sorridendo, sono letteralmente sparito. Incosciente. Per cinque eterni minuti tutto in me è avvenuto meccanicamente... senza che IO ci fossi.”

Far uscire alla luce
ogni pensiero meccanico
ogni impulso
ogni sentimento ripetitivo
alla sorgente stessa della loro formazione.
Attraverso uno sguardo lucido
un’attenzione cosciente
una visione e ragione obiettiva,
costante, assidua, intensa.
Per essere IO
e non un automa
condotto da molteplici cordicelle.

Solange Claustres

Come possiamo ricordarci di noi stessi mentre parliamo con qualcuno? Più siamo identificati con la situazione, la persona, le parole che dobbiamo pronunciare... più diventa per noi impossibile ESSERCI.
Se quando entro in tabaccheria io trovassi il coraggio di restare totalmente “dentro me stesso”, prendendomi tutto il mio tempo per richiamare dentro di me lo stato di presenza tra la domanda del tabaccaio e la mia risposta – fregandomene di non riuscire per questo motivo a rispondergli in maniera pronta e soddisfacente – allora avrei maggiori probabilità di restare sveglio. Invece ritengo più importante risultare meccanicamente efficiente agli occhi degli altri, perché ho paura che mi diano dell’imbranato o pensino che io sia strano.



Insomma... nell’identificazione è più importante sembrare sveglio piuttosto che esserlo veramente. Se mentre chiedo un pacchetto di sigarette mi ricordo di me, nessuno lo nota e nessuno mi elogia per questo, mentre se sbaglio qualcosa perché mi sto sforzando di ricordarmi di me, lo notano subito tutti e magari ridono di me. I vantaggi sono invisibili e gli svantaggi sono evidenti. Pertanto, se io sono identificato con il mio ego, in queste occasioni l’efficienza meccanica a cui sono abituato prende il sopravvento in modo da rendere la mia vita sociale meno problematica.
Sarò così un funzionale e solerte burattino.

Allora cerco di aggirare l’ostacolo evitando di prendere di petto la mia macchina biologica. Produco un accenno di ricordo di me tutte le volte che, mentre sto parlando, pronuncio una determinata parola e tutte le volte che la pronuncia il mio interlocutore. Per esempio, mi ricordo di me ogni volta che dico “io”, e ogni volta che lo dicono gli altri. Oppure posso sforzarmi di evitare una determinata parola: decido di non pronunciare più la parola “io” per una settimana. Vanno anche bene “sì” “no” “ok” e ogni altra parola che so di utilizzare spesso, come l’intercalare “voglio dire”.
[per ulteriori esercizi, vedi il mio libro Risveglio]

È il mio bisogno, il mio sforzo, il mio scopo.
Qui, ora, nell’istante presente
nel tempo e nello spazio.
Il ritmo delle mie associazioni si rallenta
la sensazione del mio corpo si fa intera
completa, densa e sottile.
Sento la pulsazione del sangue in tutto il mio corpo.
Il ritmo della respirazione si fa leggero, profondo, regolare.
Calma e serenità abitano in me.
Non c’è altro se non la vigilanza del mio pensiero
il sentimento di me stessa
la sensazione di me stessa
la coscienza di tutta me stessa.

Il corpo come ‘luogo’
il corpo come ‘mezzo’
il corpo come ‘realtà’.
Morto a tutto se stesso
per una nuova nascita.

Solange Claustres



Il giorno in cui mi accorsi di poter dialogare con un’altra persona restando al contempo in uno stato di presenza, fu il giorno più bello della mia vita.
Non dovevo più sforzarmi di ricordarmi di me: io ero la vibrazione sottostante al parlare. Avveniva tutto spontaneamente. Mentre ascoltavo... ascoltavo e basta. Se osservavo il traffico... osservavo il traffico e basta... senza commenti, giudizi, associazioni, ricordi... Un’automobile era un’automobile e una persona era una persona... senza nessun carico aggiuntivo portato dalla mia mente. Ogni fatto e ogni persona erano com’erano e io li vivevo per com’erano... non per come potevano essere o avrebbero dovuto essere secondo la mia personale visione delle cose.
Io ero semplicemente la Vita autoconsapevole che soggiace alla manifestazione, serena e in quiete, sempre vigile.
Ero finalmente VIVO.

Nello stato di veglia il sonno è caratterizzato dall’automatismo delle associazioni, dal sognare, dal fantasticare.
Arrivare a stabilire il contatto con il proprio »sé« costituisce un’autentica ascesi. Significa intraprendere un cammino fuori dal comune. E a causa dello sforzo che si deve fare in tal senso, molti preferiscono immaginare, appagarsi di idee, di parole, di apparenze... e mentirsi.

Georges I. Gurdjieff


Clicca sull’immagine per vedere il video Ricordo di sé:

Salvatore Brizzi Ricordo di sé


Salvatore Brizzi
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(non vengo condotto, conduco)

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martedì 21 settembre 2010

Io sono fermo


Il tempo è una questione di vita o di morte.
Nel tempo si muovono i morti e nell’eterno permangono i vivi.
Ucronia è la città dei vivi, di coloro che soggiornano nell’eterno, nel senza tempo. Ma Ucronia conta solo pochi abitanti, mentre le città del tempo sono catacombe affollate di salme.
Gesù diceva: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti.”

La vita è solo nell’Istante presente.
Non c’è spazio per la vita nel tempo.
Il tempo appartiene alla morte.
Ciò che accade nella nostra mente non è mai indice sicuro della presenza di una coscienza. Il fatto che dentro un cervello si muovano dei pensieri non prova nulla riguardo un’eventuale coscienza. La quasi totalità dei terrestri non pensa attivamente, bensì viene pensata passivamente da una voce nella testa. E a osservare questi pensieri non c’è nessuno, nel senso più letterale del termine, non c’è una »coscienza di esserci«.

Gli uomini e le donne della nuova specie sono Dei che si incarnano nel tempo, nel mondo dei morti. Qui – nell’Universo/campo di concentramento partorito dal ventre del Demiurgo – si addormentano e si credono mortali, si ammalano di finitudine. A tutti voi che leggete è successo e sta succedendo proprio questo.
Ma nell’Impero di Cronos vi viene data la possibilità di risvegliarvi e tramutarvi in eroi, provocando una deflagrazione nell’inconscio collettivo che consente ad altri Dei dormienti di accendersi d’entusiasmo e ricordarsi a loro volta di possedere un destino da eroi.

La Porta che consente di superare le mura di Ucronia è coscienza pura senza tempo: un punto senza dimensioni, un istante senza durata. Draco Daatson la descriveva magistralmente: “Il rumore dei passi di un gatto, la saliva di un uccello, il respiro di un pesce, le radici di una roccia.”
Quella Porta è una »singolarità« diremmo oggi, un non-luogo dove non valgono le leggi conosciute dello spazio-tempo.
Il premio per l’eroe è l’»eternamento«.
Allora sarà più del Dio che era prima, perché il sonno nel tempo – la caduta degli Dei – lo avrà reso infine consapevole di essere. L’innocenza primigenia è persa per sempre a causa del passaggio nell’Universo del Demiurgo, ma ha preso il suo posto un uomo-Dio provvisto di »Volontà di esserci«.

Mi siedo nell’antica posizione del »tronismos«, l’arte del sedere immobili nella quale erano maestri i faraoni egizi: seduto su una sedia, la schiena eretta, le mani sulle ginocchia. La mente ferma, le emozioni assenti, comincio a sentire il mio corpo. Tutta la mia attenzione è col corpo e nel corpo. La mente è nel tempo, nel passato e nel futuro, ma il corpo è sempre Adesso. La mente è finta, ma il corpo è vero. Questo è un modo per aggrapparsi all’Istante e svincolarsi dal tempo. La sensazione del mio corpo vivo mi tiene ancorato al presente, per qualche istante sfuggo alla tirannia della mente temporale, per qualche istante ho sconfitto Cronos.
Posso farlo anche mentre cammino o guido o mangio o, quando divento più esperto, mentre qualcuno mi parla.

Farsi trasportare dalla mente, 24ore su 24, nel passato e nel futuro, significa rinunciare ad essere qui, adesso. In tal modo l’Adesso viene schiacciato, e si contrae fino a scomparire, compresso fra ricordi e anticipazioni. Vivo quindi una vita immaginaria, edificata su una serie infinita di immagini mentali – piacevoli o spiacevoli che siano – che appartengono al passato o a un ipotetico futuro. Pertanto il Presente diviene sfuggente, impalpabile, non vissuto, non reale. Questa è l'affannosa pseudo-vita che si vive nel mondo dei morti.
Ma l’eroe ha trovato la Porta e ha varcato la soglia. Se mi concentro sull’Istante e lo alimento, gli permetto di crescere, sottraendo energia alla mente e al tempo, questo si espande... prende vita. Allora l’unica cosa che vale la pena vivere, perché è veramente esistente, diviene proprio quell’Istante, mentre il passato e il futuro – che prima idolatravo come divinità – si scoprono illusori, precari, fragili...

A questo punto posso muovermi nel tempo pur essendone libero, pur restando radicato nell’Istante presente: questo è l’»eternamento«.
Un altro eroe è nato a seconda vita.

Alessio Bertallot - Sono fermo
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Italo Calvino, tratto da Le città invisibili


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Salvatore Brizzi
NON DUCOR DUCO
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