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mercoledì 29 agosto 2018

I 7 sacramenti - parte quarta


... continua dal post precedente.


MATRIMONIO
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Il matrimonio come istituzione è ovviamente più antico della Chiesa, cosa che vale anche per quasi tutti gli altri sacramenti, in quanto nelle culture pre-cristiane esistevano rituali di unione fra uomo e donna, di ammissione di un neonato o di un giovane nella comunità, di guarigione, di accompagnamento alla morte, di ordinazione (sciamanica piuttosto che sacerdotale). I sacramenti rappresentano l’evoluzione e il perfezionamento di tali rituali preesistenti, in quanto tutti permettono la discesa dello Spirito Santo sul fedele che vi prende parte; sanciscono e rinnovano, cioè, un patto con il Cristo che prima della sua venuta non era possibile. Quando un rituale pagano diviene un sacramento, la sua natura vibratoria ne viene totalmente trasformata. Ecco perché il Matrimonio cristiano non ha uguale significato e valore d’un matrimonio tribale, indù o ebraico. Ciò vale per la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa, ma non per le comunità riformate, che non considerano il matrimonio un sacramento.

Oggi va di moda evitare il Matrimonio cristiano per sposarsi con rituali più esotici. Tali matrimoni valgono esclusivamente come patto fra i due contraenti e fra loro e la comunità all’interno della quale viene celebrato – nel caso del matrimonio civile esso vale anche “di fronte allo Stato” – ma tali matrimoni non sono avvalorati da una dichiarazione d’impegno “di fronte a Cristo” e dalla conseguente discesa dello Spirito Santo sui due sposi. Vi ricordo che chi viene battezzato o si sposa all’interno della comunità di Cristo – la sua chiesa (ekklesia=assemblea, comunità con unione d’intenti) – acquista maggiori responsabilità dal punto di vista karmico, per cui qualora non si comportasse secondo i principi di quella stessa chiesa – i principi del Cristo – con la quale ha stretto un patto, pagherebbe conseguenze ben più gravi rispetto a chi non è battezzato. E questo vale anche – e ancor di più – per i componenti dello stesso clero, i quali hanno stretto un patto ulteriore grazie al sacramento dell’Ordinazione (che tratteremo nel prossimo post).

Il Matrimonio, da un punto di vista esoterico, verte intorno al concetto di “unione di maschile e femminile”, infatti lo stesso diritto canonico afferma: «... il patto con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della prole». La grazia che si riceve dallo Spirito Santo consente l’unione delle anime dei due sposi, oltreché dei corpi astrale e mentale. Questo, ovviamente, significa che i due sposi inizieranno insieme un percorso di perfezionamento che a tratti sarà difficile e di non semplice elaborazione, ma tuttavia obbligatorio dal momento che il legame sancito “di fronte a Cristo” resta comunque indissolubile. Questo implica che indipendentemente dall’entità delle prove cui la coppia andrà incontro – fosse anche il divorzio – la coppia resterà unita per sempre sui piani sottili e il lavoro procederà anche a distanza... e poi nell’incarnazione successiva.

È bene sapere che, da un punto di vista spirituale, sono gli sposi stessi a conferirsi mutualmente il sacramento del Matrimonio, come è giusto che sia, in quanto solo loro due possono prendere una decisione del genere “per la vita”. Ciò implica che, laddove i due sposi fossero talmente consapevoli ed elevati spiritualmente da riuscire a provocare la discesa dello Spirito Santo sulla loro unione e agire in maniera corretta sulle vibrazioni degli oggetti (gli anelli), con le parole di potere e con i segni di potere, non sarebbe necessaria la presenza del sacerdote. Dal momento che ciò è pressoché impensabile nella società odierna, affinché il patto venga effettivamente sancito “di fronte a Cristo”, la presenza del sacerdote risulta essenziale.

Nella fase delle Interrogazioni, che avviene prima del Consenso, il sacerdote esordisce con la formula: «[...] siete venuti nella casa del Signore, davanti al ministro della Chiesa e davanti alla comunità, perché la vostra decisione di unirvi in Matrimonio riceva il sigillo dello Spirito Santo, sorgente dell'amore fedele e inesauribile».
Dopodiché procede con le Interrogazioni (siete venuti in piena libertà? siete disposti ad amarvi e onorarvi per tutta la vita? siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi?). Questi Sì vanno pronunciati con consapevolezza, in quanto sono impegni che vengono presi direttamente dall’anima “di fronte a Cristo” e di fronte alla comunità intera.

Nella fase di Manifestazione del Consenso il prete invita i due sposi a darsi la mano destra, dopodiché ci sono due forme possibili. Nella prima, la più classica, il sacerdote recita per due volte la formula e i due sposi rispondono Sì (questa è a mio parere quella da preferire).
«[...], vuoi accogliere [...] come tua sposa nel Signore, promettendo di esserle fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarla e onorarla tutti i giorni della tua vita?»
«Sì»

Nella seconda forma, sono i due sposi a recitare la formula l’un l’altro.
«Io [...], accolgo te [...], come mia sposa. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita». In questa seconda forma nessuno risponde Sì, per questo motivo io preferisco la prima, in quanto la pronuncia del Sì da parte degli sposi ritengo sia più potente. L’usanza in voga oggi, di far leggere la formula agli sposi su un foglio di carta, non la ritengo esteticamente bella.

A questo punto il sacerdote compie l’atto più importante del Matrimonio, quello che consente la discesa dello Spirito Santo e sancisce il patto matrimoniale. Stende la sua mano sulle mani unite degli sposi e recita la “formula di potere”:
«Il Signore onnipotente e misericordioso confermi il consenso che avete manifestato davanti alla Chiesa e vi ricolmi della sua benedizione.
L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce».
«Amen».

Il sacerdote benedice le fedi nuziali per mezzo dell’apposita formula, trasmutando così la loro natura sottile e rendendole a tutti gli effetti dei talismani (si veda mio post su Amuleti e talismani). Detto per inciso, smettere di portare la fede nuziale rappresenta un atto sacrilego, indipendentemente dal fatto che i due sposi abbiano successivamente divorziato “di fronte allo Stato”.

Lo sposo infila la fede nel dito anulare della sposa recitando «[...], ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Lo stesso fa la sposa.

A questo punto, su previa richiesta degli sposi, può essere inserita la cerimonia di Incoronazione degli Sposi (nel mio Matrimonio l’abbiamo inserita). Essa indica la loro partecipazione alla regalità di Cristo. Non è necessario che vengano usate corone fatte di metalli preziosi, ma devono in ogni caso rappresentare una l’oro (quella dello sposo) e una l’argento (quella della sposa). In alternativa si possono usare due corone di fiori. Il sacerdote, tenendo le “corone nuziali” sul capo degli sposi, con le braccia incrociate, recita, prima rivolto allo sposo e poi alla sposa:
«[...], servo di Dio, ricevi [...], serva di Dio, come corona».
E, dopo aver incoronato in questo modo entrambi gli sposi, recita:
«O Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore».

La vibrazione della Regalità Spirituale è scesa sui due sposi, sarà poi loro cura fare in modo che questa diventi effettiva nei successivi atteggiamenti della loro vita oppure che resti una cerimonia vuota.
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Successivamente avviene la Benedizione Nuziale. Gli sposi si mettono in ginocchio e il sacerdote a mani giunte invita tutti i fedeli a pregare con lui. A questo punto si può inserire un altro rito poco utilizzato nelle cerimonie classiche: la Velazione, ossia l’“imposizione del velo sugli sposi”. Insieme, i testimoni, tengono disteso il “velo sponsale” (bianco, con eventuale appropriato e sobrio ornamento) sul capo di entrambi gli sposi per tutta la durata della Benedizione. Questo atto ha la funzione di rafforzare la Benedizione stessa e rappresenta lo Spirito che li adombra entrambi. Da un punto di vista più strettamente esoterico questa Benedizione (rafforzata dalla Velazione) è una protezione applicata ai corpi sottili di entrambi affinché, quando si muovono insieme, diventino più difficilmente penetrabili da entità estranee.


DIVORZIO
L’ultima frase della formula centrale del Matrimonio («L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce») è quella che sta a indicare l’indissolubilità del matrimonio. Questo significa che il divorzio non ha alcun valore e i due sposi resteranno legati per sempre, indipendentemente dalle loro future decisioni. La Chiesa – ed è così anche da un punto di vista esoterico – riconosce la possibilità che i due sposi, nei periodi di maggior crisi della coppia – che sono previsti, in quanto il Matrimonio consacra l’inizio d’un, talvolta, difficile cammino di crescita spirituale – si prendano delle pause di riflessione, durante le quali possono anche allontanarsi fisicamente. Non è contemplata la possibilità che i due sposi inizino relazioni con altre persone, nemmeno dopo quegli atti che la società chiama separazione o divorzio, in quanto separazione e divorzio, così come il cosiddetto “sbattezzo”, da un punto di vista spirituale non rivestono alcun valore.

È possibile per due sposi che abbiano intrapreso relazioni con terze persone, accedere ai sacramenti? Per la Chiesa questo non è possibile, poiché, al di là del fatto che i due sposi si ritengano divorziati, per la Chiesa restano sposati tutta la vita, per cui andrebbero a ricevere l’Eucaristia pur vivendo “nel peccato” con qualcuno che non è il marito/moglie.

Detto questo, ciò che vale per la Chiesa come istituzione non sempre vale anche per la scienza esoterica. Due fedeli che vogliono divorziare dovrebbero essere accompagnati in un percorso di consapevolezza e crescita interiore, per cui andrebbero loro spiegate le leggi di un corretto lavoro su di sé; cosa che il sacerdote nella quasi totalità dei casi non è in grado di fare. Allora il divorzio diviene l’unica soluzione a situazioni divenute insostenibili, anche a causa di questa incapacità da parte della Chiesa. Essa pretende che i fedeli rispettino il sacramento del Matrimonio, ma non fornisce loro gli strumenti spirituali e psicologici per riuscirci. Se il fedele ha difficoltà con il Matrimonio, allontanarlo anche dagli altri sacramenti peggiora la situazione. Tale decisione non va nella direzione di un “aiuto al fedele”.

Io ritengo che l’Eucaristia andrebbe amministrata anche a quei fedeli che, pur avendo difficoltà con il sacramento del Matrimonio (tanto da aver addirittura divorziato) vogliono continuare a tenere un contatto con il Cristo presente nell'ostia (al di là del contatto spirituale intimo, che è sempre possibile). Al momento, l’unica possibilità è che il fedele non si confessi prima dell’Eucaristia, perché altrimenti dovrebbe omettere la verità in sede di Confessione.

Aggiungo, infine, che per la scienza esoterica il Matrimonio fra le due personalità finisce con la morte, ma le due anime restano sposate per sempre, continueranno cioè a inseguirsi di vita in vita finché non riusciranno ad amarsi totalmente e incondizionatamente. Il divorzio è quindi solo una posticipazione - talvolta, bisogna ammetterlo, indispensabile - d'un lavoro interiore che i due dovranno comunque portare a termine.

...continua nella quinta parte.

Salvatore Brizzi
[Il mondo è bello, siamo noi ad esser ciechi]



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sabato 25 agosto 2018

I 7 sacramenti - parte terza

Confessione con imposizione delle mani

... continua dal post precedente.

Quando accettiamo un cibo dalla mano di un’altra persona, parte del magnetismo di quella persona si mescola al nostro. Lo stesso accade se beviamo dallo stesso bicchiere o se usiamo lo stesso pettine per pettinarci. Questo è massimamente vero se il cibo è stato impregnato di vibrazioni elevate attraverso gesti e parole di potere e ci è stato offerto da un sacerdote nel corso d’una cerimonia.

L’oggetto o la sostanza rimangono come erano prima per quanto concerne i loro materiali fisici, ma la materia più sottile di cui sono composti viene profondamente cambiata durante lo sviluppo della cerimonia. Queste nuove qualità andranno ad influenzare i corpi sottili dei fedeli che stanno ricevendo il sacramento, armonizzandoli con la natura del Cristo. Tale armonizzazione sarà più o meno efficace a seconda che il partecipante sia già, nella sua condotta di vita, in armonia con tali vibrazioni sottili. In ogni caso, su tutti avrà un effetto benefico.


PENITENZA E RICONCILIAZIONE
Il sacramento della Penitenza (o Riconciliazione o Confessione) fa parte dei cosiddetti “sacramenti della guarigione”. I 7 sacramenti si distinguono infatti in: Sacramenti dell'iniziazione cristiana (Battesimo, Confermazione ed Eucaristia); Sacramenti della guarigione (Penitenza e Unzione degli infermi); Sacramenti al servizio della comunione e della missione (Ordine e Matrimonio).

Poiché l’ingresso nella vita cristiana, avvenuta col Battesimo e riconfermata con gli altri due sacramenti dell’iniziazione, non ha soppresso la debolezza della natura umana, né l'inclinazione al peccato – quella che viene definita concupiscenza, ossia desiderio di appagamento delle passioni materiali –, è stato istituito il sacramento della Penitenza per la conversione dei battezzati che si sono allontanati dalla via cristiana.

Il sacramento viene istituito quando Gesù dopo la resurrezione incontra gli apostoli: «Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». (Gv 20,22-23)

Il sacramento si divide in quattro fasi: la contrizione (o pentimento), che è perfetta quando è motivata dall'amore verso Dio, imperfetta se fondata su altri motivi (la paura), e che include il proposito di non peccare più; l’esame di coscienza, dove il fedele pentito si interroga sulle motivazioni profonde che lo hanno portato a compiere certi atti (questa fase può essere svolta anche successivamente alla fase di confessione, con l’aiuto del sacerdote, che deve qui mostrarsi un buon conoscitore dell’animo umano); la confessione, che consiste nell'accusa dei peccati fatta davanti al sacerdote; la soddisfazione (o penitenza), ossia il compimento di certi atti di penitenza, che il confessore impone al fedele per riparare il danno causato dal peccato.

Questo sacramento molto si affida al livello di coscienza del sacerdote che lo amministra e alle sue doti sia di psicologo che di insegnante spirituale. Dopo la confessione il fedele prende l’impegno, dinanzi a Dio, di non ricadere nello stesso errore, ma questo non è un impegno facile da mantenere. Se infatti la misericordia divina permette l’assoluzione dal peccato commesso, nulla garantisce che il fedele non ricada nello stesso errore, se in lui non è avvenuta anche una reale trasformazione del carattere. Ecco allora che la cosiddetta penitenza amministrata dal sacerdote non può limitarsi alla recitazione di qualche Ave Maria, ma deve consistere in veri e propri atti psicomagici, ossia singole azioni da compiere o nuovi comportamenti da adottare nella vita quotidiana, di non facile esecuzione, che costringono il fedele a una trasmutazione interiore profonda, anche se apparentemente, il peccato e la penitenza potrebbero non apparire collegati. Per esempio, tu confessi di aver rubato del denaro sul posto di lavoro e il sacerdote ti dice di abbracciare forte tuo papà ogni volta che lo vai a trovare, in quanto ha intuitivamente compreso che il tuo comportamento è collegato al rapporto con tuo padre.

Alla fine dell’incontro il penitente recita l’Atto di Dolore.
Quindi il sacerdote, tenendo le mani stese sulla testa del fedele recita la “formula di potere”: «Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen».
Il penitente ripete: «Amen».

Diversi sacerdoti non usano più imporre le mani (sarebbe sufficiente la destra) sulla testa del fedele mentre recitano la formula di assoluzione, come si usava fare in origine, ma si limitano a tracciare un segno della croce nell’aria. Questa mancanza è frutto di ignoranza riguardo il funzionamento delle energie sottili, in quanto nei palmi delle mani ci sono due chakra estremamente importanti per la trasmissione delle energie. Proprio in quanto quella che avviene è una trasmissione di energia (di Spirito), l’imposizione può essere fatta anche senza contatto fisico, attraverso la grata del confessionale.

Una delle conseguenze più importanti di questo sacramento è l’acquisizione della fiducia nella misericordia divina da parte del fedele. Egli sperimenta sulla sua pelle il valore della confessione e dell’assoluzione dei propri peccati. Questo suo affidarsi alla volontà divina per ricevere il perdono, farà sì che egli stesso divenga automaticamente più predisposto ad ascoltare e a perdonare chi gli sta intorno. Chi non chiede mai il perdono a nessuno, difficilmente riesce a perdonare il suo prossimo.


UNZIONE DEGLI INFERMI
Tale sacramento è volgarmente conosciuto come “estrema unzione”, in quanto amministrato per consuetudine a chi si trova in fin di vita. Tuttavia San Giacomo, il primo a farne menzione, nella sua epistola parla chiaro: «Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui dopo averlo unto con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati». (Gc. 5,14-15)

Il sacramento riveste lo specifico compito di “dare sollievo agli infermi” e non unicamente di accompagnare chi sta per andarsene. Esso trova infatti la sua origine nelle parole di Gesù: «E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano». (Marco 6,12-13)
Il Catechismo elenca tra i possibili effetti del sacramento «il recupero della salute, se ciò giova alla salvezza spirituale». Si tratta quindi di un sacramento di guarigione e non di morte.

Per mezzo dell’unzione il sacerdote “apre un canale” alla grazia divina, la quale agisce poi secondo la Sua volontà e in base alle reali necessità dell’anima del malato – e non solo in base al suo desiderio di guarigione. Sarà quindi, in ultima analisi, l’anima dell’infermo a decidere in quali termini si esprimeranno gli effetti del sacramento.

Il sacerdote entrando nella casa rivolge un saluto che è anche una benedizione:
«Pace a questa casa e a quanti vi abitano».
Quindi asperge con l’acqua benedetta sia l’infermo che la stanza, recitando la formula appropriata.

Il Rito dell’Unzione inizia con la recitazione di una litania da parte del sacerdote. Al termine di questa egli impone le mani sul capo dell’infermo per qualche secondo, senza dire nulla. Questo atto serve ad armonizzare vibratoriamente i corpi sottili e li prepara a ricevere l’olio benedetto.
Dopo aver reso grazie all’olio benedetto, unge l’infermo sulla fronte e sulle mani, tracciando due segni della croce e recitando una sola volta:
«Per questa santa Unzione
e la sua piissima misericordia
ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo».
«Amen».
«E, liberandoti dai peccati, ti salvi
e nella sua bontà ti sollevi».
«Amen».

A questo punto il malato ha ricevuto in lui la grazia dello Spirito Santo ed è liberato dai peccati. È quindi pronto per morire... o per guarire.

...continua nella quarta parte.

Salvatore Brizzi
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