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sabato 22 marzo 2014

Voi siete miei amici



In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.

Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri».
(Gv 15,9-17)


Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi.
Gesù si sente amato dal Padre. Ma come si fa a sentirsi amati dal Padre? Sviluppando l’amore dentro di sé. Questo è uno dei concetti più straordinari dell’insegnamento di Gesù: io non posso sentirmi amato più di quanto io stesso sono in grado di amare gli altri. Anche se il Padre mi ama 1000, ma io sono capace di amare solo 100, allora mi sentirò amato solo 100 dal Padre, né di più né di meno. E questo vale anche per l’amore che sentiamo da parte del padre fisico, della madre o del partner.

Rimanete nel mio amore.
Questo è un invito a seguire l’esempio del suo amore. È bella l’espressione “rimanete”, il che implica che possiamo entrarci e poi tenere questo stato di grazia che ci permette di percepire il mondo circostante in maniera completamente differente. Con gli occhi dell’amore, appunto.
Sembra la mamma che invita il figlio piccolo a rimanere sotto la sua ala protettiva.
In effetti, chi ce lo fa fare di uscire dal suo amore? Quando usciamo dal suo amore ricominciamo a vedere un mondo brutto che nella realtà non esiste.

Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Gesù ci indica anche qual è la strada per raggiungere quest’apertura di Cuore che consente di “restare nel suo amore”: se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, dice in maniera esplicita. E qual è il suo più grande comandamento? Ama i tuoi nemici e prega per i tuoi persecutori. Ama proprio quella persona che ti fa più arrabbiare (di solito un ex partner o un genitore, inutile nasconderselo). Quanti di voi lo fanno? Allora non vi lamentate se le cose nella vostra vita non funzionano e smettetela di cercare il seminario che vi porterà all’illuminazione!

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Questo è il principio del guerriero samurai. A un certo grado di consapevolezza non combatto più per difendere me stesso, non combatto più per il piacere della folla come facevano i gladiatori (queste sono le due fasi propedeutiche alla nascita del vero Guerriero), bensì combatto per difendere il villaggio, come i 7 samurai, o mi faccio crocifiggere, per redimere l’umanità, affinché il mio messaggio non resti su un libro di filosofia ma venga assorbito dal pianeta attraverso il mio sangue!

Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.
Interessante la visione dell’amicizia di Gesù: voi sarete miei amici se farete ciò che io vi comando. Il suo comandare non riguarda la servitù, ma l’obbedienza al comandamento che ho citato prima. Gesù può essere amico solo di colui che ama i suoi nemici. Sembra un koan zen. È in grado di provare autentica amicizia unicamente chi ama i propri nemici.

Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.
Con questa frase comprendiamo la differenza tra la sottomissione e l’obbedienza, una differenza di “ottava”, direbbe Gurdjieff (che Dio sia soddisfatto di lui). Fare ciò che comanda Gesù non significa diventare suo servo, ma suo amico, poiché lui non tiene nulla di nascosto di quanto il Padre gli ha “confidato”, come farebbe invece un padrone che vuole assoggettare i suoi sottoposti. Ma se volete essere messi a parte dei segreti del Padre occorre prima diventare amici di Gesù e, ripeto, diventare suo amico non è così semplice, la sua condizione è chiara: amare i propri nemici. Questo è un punto davvero essenziale. Altrimenti tu stesso ti poni nella posizione del servo adorante... e nulla di più. Ma Gesù non vuole questo, lui vuole che lo guardi dritto negli occhi, esprimendo la forza di colui che sa amare i suoi nemici.

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi.
Il rapporto che in questo caso s’instaura fra maestro e allievo risulta piuttosto chiaro: è Gesù a scegliere, in base alla condizione espressa prima, chi è in grado di diventare suo allievo/amico. Nella caotica modernità il cittadino medio-cre risulta meccanicamente allergico alla figura del maestro; va di moda affermare che nessuno è maestro di nessuno... però intanto tutti sono nella merda!
Questo atteggiamento relativistico può essere solo parzialmente giustificato dal fatto che di maestri che siano maestri ce ne sono davvero pochi... e quei pochi, nella maggioranza dei casi, non diresti mai che sono maestri. Sei irresistibilmente attratto da loro, ma allo stesso tempo ti sentiresti tu stesso ridicolo a chiamarli maestri, in quanto non vestono l'abito del maestro.
Ma questo non giustifica la moderna allergia alla figura del maestro. Chiedetevi perché siete disposti a praticare anni per imparare a dipingere o danzare, mentre per imparare a muovervi nell’Universo siete convinti di non necessitare di alcuna guida. Personalmente non proverei a raggiungere la vetta d’una montagna, senza una figura più esperta di me che mi dice dove mettere le mani e i piedi.

E vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga.
Altra condizione per venire “scelti” da Gesù, è avere in animo di “andare e portare frutto”; in quanto si riceve nella misura in cui ci si svuota, dando. E questo è un altro koan zen (alla fine diventerò anch’io un “venerabile maestro zen”, me lo sento. E Gesù ha sempre bisogno di nuovi operai nella sua vigna. Gesù non sceglie i suoi amici in base a simpatie personali, bensì considerando quanto ogni persona porterà a sua volta frutto. Se nell’avvicinarci al suo insegnamento il nostro interesse riguarda unicamente l’evoluzione personale e il desiderio di risolvere i nostri problemi fisici o emotivi, allora non saremo buoni amici, non perché lui non lo voglia, ma perché noi stessi con il nostro egoismo creiamo una barriera alla ricezione di ulteriore amore da parte sua.

(affido a un prossimo post l’interpretazione delle ultime frasi di questo passo del vangelo)


Salvatore Brizzi

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