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lunedì 13 febbraio 2017

Io sono Ubik - Una realtà simulata


Tratto dal precedente post Io sono Ubik:

Io sono Ubik e ti comunico tre fatti importanti:
1)   Nonostante i tuoi sforzi e le tue conoscenze, sei ancora totalmente prigioniero dello psicopenitenziario.
2)   I tuoi carcerieri sono esseri reali, conoscono bene i principi della spiritualità e ti tengono prigioniero utilizzando l’ultima arma a loro disposizione: dal momento che oramai ti sei accorto di vivere in un’illusione, loro ti propongono un percorso il cui fine ultimo è la fuga dall’illusione. Il punto è che se la realtà è illusoria, allora le porte che tu speri di utilizzare per uscire dalla realtà... sono anch’esse illusorie. I tuoi carcerieri ti mettono davanti al naso delle porte che indicano l’uscita, con il solo scopo di tenerti sempre all’interno della cella da cui vuoi uscire. Fino a quando tenterai di uscire... ribadirai inconsciamente di essere prigioniero, perché guarderai sempre la cella dal punto di vista di qualcuno che ne sta all’interno.
3)   Se tutto ciò che vedi, senti e pensi è illusorio, allora anche la tua prigionia non può che essere illusoria. E questo assunto è conosciuto come “paradosso di Ubik”.


Ainwen chiuse di scatto il libro e si rivolse all’amico che le sedeva accanto: «Hai capito, Ennòn? Siamo prigionieri di uno psicopenitenziario! Quello che abbiamo intorno è finto, è come un gioco… o una prigione, forse dipende da come ciascuno lo vive...».

Il ragazzo la osservava tra l’incredulo e l’incuriosito:
«Ainwen, io non giungerei a conclusioni così affrettate. Chi è questo Ubik? Dove hai trovato quel libro? Non si capisce nemmeno se Ubik è il nome del titolo o dell’autore. In ogni caso abbassa il tono della voce, siamo in una biblioteca» disse lui guardandosi intorno imbarazzato.

Lei continuò con un tono più basso, ma sempre emotivamente infiammata: «Ti ho appena letto il messaggio completo: a un certo punto dice che Ubik non può essere descritto. Nessuno sa cos’è. Ma una cosa è certa, lui afferma che noi siamo dentro una specie di videogioco. Io mi sono anche informata – e tirò fuori da una cartellina bianca, su cui aveva scritto con un pennarello rosso “Ubik”, un foglio a quadretti pieno di formule e appunti vari – e ho capito che è molto probabile che noi tutti viviamo all’interno di una realtà virtuale. Conosci il filosofo Nick Bostrom?»

«No, Ainwen, non lo conosco» rispose lui con tono rassegnato.
«Non importa. È un filosofo dell’Università di Oxford. In generale non sono d’accordo con le sue teorie, ma riguardo la realtà virtuale lui, osservando l’avanzamento sempre più rapido dell’informatica, afferma che se è possibile che un giorno, senza porci limiti di tempo, una civiltà tecnologicamente avanzata giunga a simulare un universo totalmente virtuale, allora diviene estremamente probabile che già la nostra realtà possa essere una simulazione creata a tavolino da una civiltà molto avanzata».

Ennòn la ascoltava stupito, ma sempre più incuriosito, passandosi in continuazione la mano fra i capelli biondi. La ragazza – altrettanto bionda – avanzava come un treno in corsa:
«In pratica la possibilità che non sia così è una su qualche miliardo. Capisci? Chiunque penserebbe l'opposto: c’è una possibilità su qualche miliardo che sia vero. Invece pare sia più realistico il contrario: l’ipotesi che il nostro universo sia una simulazione sarebbe difficile da smentire, non da dimostrare».

Ennòn teneva gli occhi sgranati. Oramai aveva dimenticato l’ambiente circostante, rapito dalle argomentazioni di Ainwen:
«Ti leggo dai miei appunti. Ascoltami bene, perché qui è la chiave di tutto. Bostrom afferma che almeno una delle seguenti affermazioni è probabilmente vera:
1)   Nessuna civiltà raggiungerà mai un livello di maturità tecnologica tale da creare realtà simulate paragonabili alla nostra realtà.
2)   Nessuna civiltà che abbia raggiunto uno status tecnologico sufficientemente avanzato produrrà mai una realtà simulata pur potendolo fare, per una qualsiasi ragione, come l'uso di quella potenza di calcolo per compiti diversi dalla simulazione virtuale, oppure per considerazioni di ordine etico, ritenendo ad esempio immorale l'utilizzo di soggetti tenuti “prigionieri” all'interno di realtà simulate, ecc.
3)   Tutti i soggetti con il nostro genere di esperienze stanno vivendo all'interno di una simulazione in atto.

In questo modo Bostrom giunge al seguente teorema: “Se si pensa che gli argomenti (1) e (2) siano entrambi probabilisticamente falsi, si dovrebbe allora accettare come altamente probabile l'argomento (3).” In pratica ci sta dicendo che, se è probabilmente falso che nessuna civiltà giungerà mai a creare una realtà totalmente simulata, e se è probabilmente falso che pur potendolo fare, non lo farà mai per questioni etiche, allora diventa automaticamente molto probabile che qualcuno abbia già raggiunto quel livello (perché, per quanto ne sappiamo, potrebbe aver avuto un tempo infinito per riuscirci) e che poi non si sia fatto problemi etici a mettere in atto tale tecnologia. Per cui, caro il mio Ennòn, diventa altamente difficile da dimostrare che noi non ci siamo già immersi dentro».

«Beh... non so... avrei bisogno di tempo per ragionarci su. Magari dovrei leggere qualcosa per approfondire».

«Ok. Fai come vuoi – tagliò corto Ainwen, – ma io adesso la vedo così: se pensiamo a un gruppo di scienziati extraterrestri che tengono tutto il nostro universo dentro una sfera di vetro, sopra un tavolo del loro laboratorio... magari la cosa fa un po’ ridere. Ma io ho già letto altre parti del libro e ho cominciato a pensarla diversamente: ci sono degli esseri che vivono su altri piani della realtà, che per noi sono invisibili, esseri che non sono fatti di carne e ossa come noi e non lavorano dentro laboratori. Questi esseri hanno comunque progettato un pianeta (che per loro è solo una piattaforma vibratoria su cui implementare la realtà simulata) nel quale le coscienze umane vengono intrappolate come all’interno di un sogno da cui non ci si sveglia mai, nemmeno dopo morti, perché si sente sempre l’irrefrenabile bisogno di ritornare nella psicoprigione, come se si lasciasse qualcosa in sospeso ogni volta, qualcosa che ci lega a un eterno ritorno».

«Beh... ma guarda che ci sono delle religioni che dicono praticamente la stessa cosa. Certo... raccontata in questo modo perde un po’ la connotazione fantascientifica, ma rimane pur sempre una teoria assurda. Pone più domande di quelle a cui risponde. Per esempio, chi sarebbero questi esseri e quali scopi avrebbero?» Incalzava Ennòn.

«Ti ripeto che non è assurda. Che tutto quello che stiamo vivendo possa essere finto... è invece altamente probabile. E, come dici tu, questo spiegherebbe anche le religioni e le filosofie esoteriche. Più avanti il libro accenna ai demoni canes: esseri che vivono nella simulazione, ma in realtà hanno scopi di controllo, come i secondini (le guardie carcerarie). Alcuni ne sono consapevoli, ma altri no; questi ultimi lavorano per i creatori della psicoprigione ma non lo sanno, come secondini che vivono anch’essi nelle celle con i carcerati, diventano loro amici, ma in realtà con i loro atteggiamenti e le loro idee impediscono ai carcerati di fuggire. ...»

Ainwen venne bruscamente interrotta dalla voce del bibliotecario, il quale nel frattempo si era silenziosamente portato alle loro spalle: «I signori sono pregati di abbassare il tono della voce, oppure seguirmi all’uscita».

I due ragazzi chiesero scusa, il bibliotecario fece un mezzo sorriso, che sembrava quasi una smorfia di dolore, e si allontanò. Poi Ainwen sussurrò a Ennòn: «Più avanti nel libro c’è anche scritto che la sofferenza non è reale. Capisci? Le mie crisi depressive... la mia voglia di uccidermi... la mia rabbia... non sono reali. Se è così, io lo scoprirò. Scoprirò il modo per venirne fuori». Poi lo fissò, con estrema serietà, per qualche secondo, si alzò dalla sedia e cominciò a raccogliere le sue cose.

Lui era esterrefatto. Sì... non c’era dubbio... ciò che gli stava accadendo quella mattina, non poteva essere reale!

... continua.

Salvatore Brizzi
(professione: domatore di fiumi)



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