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martedì 3 dicembre 2019

Balotelli e i cori razzisti allo stadio


Intere pagine di giornali e intere trasmissioni televisive dedicate al calciatore Mario Balotelli, al quale puntualmente qualche tifoseria avversaria del Brescia (squadra per cui il nostro eroe gioca) fa il verso della scimmia.
«Il razzismo è solo ignoranza... le tifoserie razziste vanno punite... solidarietà a Balotelli contro il clima di razzismo dilagante…» e via delirando. Oramai non mi aspetto più nulla d’intelligente dai giornalisti e dagli intellettuali italiani e non faccio loro una colpa per ciò che pensano, semplicemente vivo quest’epoca ammirando ovunque la precisione meccanica dell’addormentamento.

Come già succede per l’immigrazione, anche in questo caso viene chiamato razzismo ciò che razzismo non è, al solo scopo di strumentalizzare politicamente certi fenomeni. Di recente ho avuto uno scambio di opinioni con Giuseppe, un mio conoscente sessantenne, un personaggio simpatico che le partite della sua squadra le ha sempre seguite tutte, sia in casa che in trasferta. Ha un solo difetto: è della Juve, ma confido nel fatto che con il tempo la sua anima riuscirà a ricavare una qualità anche da questa deformità psichica.

«Ma che razzismo, il razzismo non c’entra. Non credere alla cazzate dei giornali – ha esordito il Beppe – il tifoso va a colpire dove sa che può colpire, dove sa che può fare male. Lo scopo del tifoso è far innervosire l’avversario, sennò a che serve la tifoseria? Tifi per la tua squadra, va bene, ma soprattutto cerchi di essere più stronzo che puoi con la squadra avversaria».
«Quindi non si tratta di discriminazione razziale verso chi ha la pelle nera?» chiedo io.
«Macché discriminazione. Sti giornalisti c’hanno tutti trenta quarant’anni, manco sanno cos’è il razzismo. Questi allo stadio negli anni ’70 e ’80 non ci sono mai stati. Non sanno cos’erano le tifoserie quando gli stadi erano terra di nessuno. Se la tifoseria fosse davvero razzista insulterebbe tutti i neri, anche quelli della sua stessa squadra. Allora sì che sarebbe una questione di razza, di pelle. Invece non succede. Quelli della tua squadra li applaudi. Pure un deficiente capirebbe che non è razzismo, ma tifo, non c’entra il colore della pelle, ma solo se uno è della tua squadra oppure no».

Questo è ciò che ho sempre pensato anch’io, sebbene non sia un frequentatore degli stadi: Balotelli non viene sbeffeggiato PER il colore della sua pelle, bensì viene utilizzato il colore della sua pelle COME SCUSA per sbeffeggiarlo e farlo innervosire. Del suo colore, in fondo, non gliene frega niente a nessuno... se non a lui, che evidentemente ha un problema a riguardo.

Gli pseudo-giornalisti (li chiamo così per non offendere la categoria tout court, dove qualche giornalista serio ancora si trova) forse non sanno che i cori allo stadio sono sempre stati impietosi. Partita Barcellona-Villareal del 2014, mentre il giocatore nero Dani Alves sta per battere un calcio d’angolo, dagli spalti piove una banana. Lui con ironia e presenza di spirito la sbuccia e se la mangia. Dagli spalti piovono risate e applausi. Titolo sui giornali: “Un tifoso razzista lancia una banana contro un giocatore dalla pelle scura”. Ma cosa c’entra questo episodio con la discriminazione razziale? Quel giornalista sta affermando che quel tifoso odia chi ha la pelle nera e lo considera inferiore a lui, indipendentemente dalla squadra per cui gioca. Un’affermazione pesante.

«Il tifoso ti vuole esasperare, ti vuole fare perdere il controllo… e sa sempre dove colpirti, – continua Giuseppe, fornendomi una spiegazione molto pratica della Legge di Attrazione – infatti Balotelli è uno che se la prende e diventa nervoso. Il tifoso capisce che lì c’è un punto debole e affonda il coltello. Se sei un professionista questo non deve succedere, sei pagato una barca di soldi per stare lì e mantenere il controllo, non ti deve proteggere lo Stato con una legge. Ma tu ti ricordi cosa gridavano a Baresi?»
No, non me lo ricordo perché il calcio ho smesso di seguirlo quando ho raggiunto l’età della ragione, ma mi sono informato. I tifosi interisti ogni domenica gridavano sui campi da gioco: “È arrivato Weah, è arrivato Weah, e Baresi è di nuovo papà!”. In tal modo si voleva delicatamente insinuare una “conoscenza ravvicinata” tra il bomber liberiano George Weah e la moglie di Franco Baresi, questo perché la coppia aveva avuto un figlio che, in quanto a colori, non somigliava molto al campione del Milan. Questo aveva creato non poche polemiche.

«E ti ricordi cosa gridavano a Totò Schillaci?» incalza Giuseppe.
Anche in questo caso mi sono informato. “Schillaci ruba le gomme... Schillaci ruba le goooomme...” è stato gridato a lungo dalle tifoserie avversarie della Juventus, in quanto il fratello del giocatore era stato fermato dalle forze dell’ordine a seguito del furto di alcuni copertoni per automobili. Nel 1991 i tifosi della Fiorentina arrivarono a tirare in campo un copertone d’auto! Come si dev’essere sentito Totò Schillaci?

Anche questi episodi – così come mille altri che accadono, e soprattutto accadevano, di continuo – avranno fatto stare male i giocatori in questione; ma quando è coinvolto il colore della pelle, il giornalista perde il lume della ragione: non è più una tifoseria cattiva... bensì una tifoseria razzista!

Per l’ennesima volta vi invito a osservare questi insidiosi meccanismi mentali e il modo subdolo con il quale vengono utilizzati dall’informazione. Allenatevi ad andare oltre le apparenze e a sviluppare il discernimento, perché un giorno le questioni intorno alle quali sarete chiamati a discernere saranno ben più importanti.

Salvatore Brizzi
[Il mondo è bello, siamo noi ad esser ciechi]




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