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venerdì 14 dicembre 2012

Lontani dal Padre



Nell’evoluzione della coscienza esiste un paradosso fondamentale: noi impieghiamo milioni di anni per strutturare un Ego, un vero “Io”, e poi, una volta strutturato questo benedetto Io, dobbiamo gettarlo via.
Dietro questo gioco paradossale si nasconde però il significato della nostra vita e del nostro “sentirci vivi nel mondo”, perché il senso dell'Io definisce la nostra esistenza autonoma rispetto all’Uno primordiale.

Come ho già spiegato nei due post precedenti, l’Ego non solo non è qualcosa di negativo, come invece si tende a credere oggi, ma è qualcosa di fondamentale in funzione di uno sviluppo psicologicamente sano dell’individuo. I nostri problemi non nascono dal fatto che “siamo schiavi del nostro Ego”, come si afferma in certe filosofie dell’ultima ora, ma, al contrario, dal fatto che non siamo ancora riusciti a strutturare un Io sano.

Un Io “centrato” è fondamentale.
Senza la consapevolezza dell’Io – ossia, senza la consapevolezza di essere separati dall’Uno e talvolta in conflitto con Esso – noi saremmo in uno stato di coscienza simile al sonno profondo. Nel sonno profondo come si sta? Non può essere descritto, perché in quei momenti non siamo consapevoli, per cui non possiamo capire se siamo felici o infelici. Quando ci trovavamo ancora fra le braccia del Padre il nostro stato era proprio questo, sonno profondo.

L’Ego non è un mostro, ma semplicemente la coscienza di sé. Separarci dal Padre è servito a svegliarci dal sonno profondo. L’Ego ci permette di essere coscienti della nostra esistenza in quanto individui. Questo famigerato Ego appare come un mostro fuori controllo solo perché non lo abbiamo ancora correttamente plasmato.

Il grande paradosso cui accennavo all’inizio consiste nel fatto che noi in realtà non esistiamo, ma siamo semplicemente un’emanazione del Padre, una goccia di Lui che si cala nella materia e che da Lui non può mai staccarsi. C’impieghiamo milioni di anni e decine d’incarnazioni per arrivare a credere di non essere il Padre, fino al punto più basso, quello in cui addirittura ne neghiamo l’esistenza. Questo è il segno che abbiamo finalmente raggiunto la separazione completa dall’Uno, dal Creatore. La separazione in definitiva è falsa, perché noi in realtà restiamo sempre Lui, ma questo gioco di ruolo ci rende consapevoli.

Quando finalmente, dopo milioni di anni, ci siamo convinti di esistere in quanto enti separati... e addirittura non crediamo nemmeno più nell’esistenza di un Padre... arriva il momento di buttare tutto nella spazzatura e “tornare a casa del Padre”. La bizzarria di questo momento evolutivo è che miliardi di persone sono chiamate – quasi costrette – a destrutturate l’Io... anche se non lo hanno ancora strutturato... e la maggior parte ne sono ancora ben lontane.

Per fare un esempio pratico, succede che tu venga chiamato ad abbandonare il senso del possesso, quando invece, evolutivamente, ne avresti ancora bisogno. Il senso del possesso verso cose e persone – e le sofferenze che ne derivano – ha il compito evolutivo di rafforzare il nostro senso dell’Io, fornendogli delle sicurezze materiali. È esattamente ciò che accade all’Io di un bambino che “possiede” la sua mamma e possiede i suoi giocattoli. Se ci mettessimo a spiegare il non attaccamento a un bambino di 4-5 anni saremmo dei folli e bloccheremmo il sano sviluppo del suo Ego.

La follia che in questo periodo storico si sta propagando nel mondo, a tutti i livelli, dalle decisioni politiche agli omicidi familiari (127 donne uccise dai partner in Italia nel 2010; quest’anno siamo a 101, dati di Ottobre 2012) è dovuta proprio a questa causa: l’umanità è costretta dai cambiamenti planetari a destrutturate un Io che non è ancora strutturato. Come un bambino che deve crescere troppo in fretta e non regge allo sforzo.

...continua nel prossimo post.

Salvatore Brizzi
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